Il nichilismo del divano

Nietzsche insegnò che il nichilismo è lo svuotamento di significato di tutti i valori. Ma quello che osserviamo oggi è qualcosa di profondamente diverso dal nichilismo storico: è un vuoto che non cerca di riempirsi, una negazione che non aspira a diventare affermazione.

I movimenti nichilisti del passato bruciavano di passione negativa, di una volontà di annullamento che, paradossalmente, era essa stessa una forma di vitalità. Era un nichilismo che gridava "no" per far emergere un "sì" nascosto, che distruggeva per ricostruire. Era, in fondo, un nichilismo romantico.

Oggi ci troviamo di fronte ad un nichilismo che non ha nemmeno l'energia di negare attivamente. È un vuoto che si è fatto comfort, un'assenza che non cerca presenza.

È un nichilismo che non cerca redenzione perché non crede di averne bisogno. Non cerca riscatto perché non percepisce di essere caduto. È uno stato di quiete artificiale, un limbo digitale dove il significato non viene violentemente negato, ma dolcemente dimenticato.

Quando il vuoto diventa così comodo, quando l'assenza di significato diventa essa stessa insostenibile nella sua banalità, ecco che potrebbe nascere un nuovo desiderio di autenticità.

Non ci sarà una rivoluzione rumorosa, non ci saranno manifesti o barricate. Ma chissà, forse, nel silenzio di una stanza illuminata solo dalla luce blu di uno schermo, qualcuno alzerà lo sguardo e si chiederà se c'è qualcosa oltre il comfort del nulla. E in quella domanda, per quanto flebile, potrebbe nascere una nuova forma di resistenza.




Il controllo dei giovani

 “In alcuni luoghi i bambini erano praticamente rapiti per essere condotti a forza nelle scuole federali, i loro capelli venivano tagliati, i loro vestiti gettati via ed era loro proibito parlare nella propria lingua. I bambini erano tenuti a scuola in continuazione, anno dopo anno, al fine di neutralizzare l’influenza delle loro famiglie.”


Questo è quanto si legge nell’opera “Infanzia e società” di Erik Erikson, pubblicata nel 1950. Il celebre psicoanalista si riferisce ai bambini Dakota, sottotribù dei Sioux, ai quali fino agli anni ’20 venne imposta un’educazione bianca per sradicarli dalle proprie famiglie e così, dalla propria cultura. Queste parole oggi suonano molto sinistre, soprattutto a coloro abituati a ravvisare analogie tra il passato ed il presente.
Dal 2001 esiste l’associazione TreeLLLe, con sede a Genova, che ha come obiettivo realizzare una “società dell’apprendimento permanente”. Le strategie per farlo, come dichiarava il presidente dell’ente nel 2019 sulle pagine del Corriere della Sera, occorre “affidare i bambini alla scuola il più precocemente possibile, nell’età in cui si forma il linguaggio e si strutturano i comportamenti sociali, almeno fin dai tre anni (…) così da ridurre al minimo i condizionamenti socio-culturali negativi.”

L’educazione infantile ha effetti determinanti e durevoli sulla concezione del mondo e sullo sviluppo del senso di identità del bambino, pertanto dovrebbe essere in primis compito della famiglia. Il ruolo della scuola arriva in un momento successivo, e di certo non con il fine di controllare l’apprendimento del linguaggio e la strutturazione dei comportamenti sociali. Un bambino sottratto troppo precocemente alle cure parentali ed affidato a un istituto, non potrà che ricevere un’educazione standardizzata che lo renderà un individuo conformista. Ed è proprio questo lo scopo della scuola di oggi, un’istituzione che è il prolungamento di un impianto politico sorvegliante e subdolo, che attraverso spinte gentili (sfrutta infatti il nudging, una tecnica pensata nell’ambito dell’economia comportamentale) induce cambiamenti sociali.  Associazioni no-profit (finanziate da banche, ovvio) che collaborano con lo Stato per offrire un’istruzione di qualità e sollevare le famiglie dal pesante fardello della cura dei figli: ci pensano loro a “ridurre al minimo i condizionamenti socio-culturali negativi”. Quali essi siano, naturalmente, è deciso da loro. Possiamo però immaginare quali condizionamenti da eliminare compaiono nelle loro griglie di osservazione dell’infante: autonomia di pensiero, spirito di iniziativa e di ribellione, pensiero divergente, senso di appartenenza. Per plasmare la società è fondamentale intervenire nella scuola e non basta più, come un tempo, dare un certo taglio ai libri di testo, formare insegnanti mediocri e proni al sistema o peggio, chiedere loro atti di fede (come iniettarsi il siero per continuare a lavorare), l’obiettivo è che non appena un bambino pronuncia la prima parola, sia affidato all’istituto che provvederà a insegnargli quella neolingua che atrofizzerà il pensiero e lo piegherà alle esigenze della società.


                                                  AM

Intuizioni filosofiche

Incontriamo talvolta individui che sembrano possedere una forma di saggezza che sfugge ai tradizionali parametri dell'analisi filosofica. Questi individui, pur non avendo una formazione filosofica formale o non mostrando particolare inclinazione verso il ragionamento analitico strutturato, riescono comunque a giungere a profonde intuizioni sulla natura della realtà e dell'esistenza umana.

Queste persone rappresentano un affascinante paradosso: mentre il loro cervello sembra "rifiutare" attivamente le complesse strutture del pensiero filosofico formale, possiedono una sorta di "bussola interiore" che li guida verso le stesse verità che i filosofi raggiungono attraverso elaborate catene di ragionamento. È come se avessero accesso a un tipo diverso di conoscenza, una forma di comprensione che bypassa completamente i meccanismi del pensiero analitico.

Molte di queste persone possiedono un'elevata intelligenza emotiva che permette loro di cogliere verità profonde attraverso l'empatia e la connessione con gli altri, piuttosto che attraverso il ragionamento astratto. Essi potrebbero attingere, consciamente o inconsciamente, da una forma di saggezza collettiva tramandata attraverso generazioni, incorporata nella cultura e nelle tradizioni.

Questa forma di comprensione intuitiva non è meno valida del ragionamento filosofico formale. Essa rappresenta un modo complementare e ugualmente importante di accedere alla verità. In alcuni casi, potrebbe essere addirittura più efficace, in quanto non è limitata dai vincoli del linguaggio formale, opera a un livello più profondo e immediato, è meno soggetta ai pregiudizi intellettuali e può cogliere verità che sfuggono all'analisi razionale.

Osservando questo fenomeno bisogna riconsiderare il rapporto tra razionalità e intuizione nella ricerca della verità. Non si tratta di privilegiare un approccio sull'altro, ma di riconoscere che esistono multiple vie per giungere alla comprensione filosofica. La coesistenza di questi due approcci suggerisce che la verità filosofica possa essere accessibile sia attraverso un percorso razionale-analitico della filosofia tradizionale, sia da un percorso intuitivo naturale.

La capacità di comprendere le verità profonde dell'esistenza non è monopolio del pensiero razionale strutturato. La presenza di individui che "trascendono" la filosofia formale pur giungendo alle sue stesse conclusioni lo dimostra.