Il denaro come fine – M.Fini

 «Mai un oggetto il quale debba il suo valore esclusivamente alla propria qualità di mezzo, alla sua convertibilità in valori più definitivi, ha raggiunto così radicalmente e senza riserve una simile assolutezza psicologica di valore diventando un fine» (G. Simmel, Filosofie del denaro).


La capacità del denaro di crescere come un tumore sul corpo che gli ha dato vita sino a invaderlo completamente, soffocarlo e distruggerlo, deriva dalla sua natura squisitamente tautologica, dalla sua attitudine ad autoalimentarsi, diventando così un fine, un fine ultimo, un fine che non ha altri fini al di fuori di se stesso. E poiché il denaro è un sacco vuoto, un puro Nulla, il suo fine non ha mai fine, si pone in un futuro irraggiungibile, trascinando con sé, in questa corsa verso il niente, l'uomo.

La tautologia è particolarmente evidente nel meccanismo finanziario, nel denaro che compra denaro. «Il denaro finanziario» scrive Bazelon, «non è denaro da spendere. Con esso non si compra mai nulla; serve a guadagnare altro denaro. E quando poi si è in pieno movimento, non si compra nulla nemmeno col denaro guadagnato sul denaro adoperato per guadagnarlo, e così via».

Ma anche l'intero circuito creditizio sta assumendo questo andamento tautologico. Crediti enormi divenuti inesigibili vengono pagati sempre più spesso aprendo altre linee di credito al debitore. Cioè il creditore paga il debitore perché lo paghi. Soddisfa la promessa di pagamento di cui è detentore con un'altra. Questo sistema iniziò, forse, almeno ad alto livello, dopo la prima guerra mondiale: gli Stati Uniti per consentire agli europei di pagare gli interessi dei rilevanti debiti che avevano contratto con loro gli facevano dei prestiti, cioè aprivano altri crediti. Ma a quel tempo un tale circolo vizioso era ancora l'eccezione. Oggi è la regola. I circuiti deficitari internazionali, come li chiamano gli economisti, sono innumerevoli.

(…)

Se dal punto di vista individuale è un credito, verso il sistema, considerato globalmente il denaro, metafora della modernità, è un colossale debito che abbiamo accumulato col futuro. È grazie a questo debito che abbiamo potuto anticipare, intensificare e allargare al massimo produzione e consumi dilapidando in tempi rapidissimi risorse naturali immense. Abbiamo vampirizzato e ipotecato il futuro come se fosse qualcosa di reale, di concreto, un bene immobile di nostra proprietà.

La rapina nei confronti del futuro ha via via assunto ritmi sempre più precipitosi perché la velocità è insita nel meccanismo del denaro e perché, essendo un'illusione, per continuare a esistere, il denaro ha bisogno, come nella catena di Sant'Antonio, di conquistare sempre nuovi entusiasti, di rafforzare la fede dei credenti e di convertire, con le buone o le cattive, i miscredenti.

La velocità di circolazione e la moltiplicazione del denaro, diventate parossistiche, sono state favorite dalla sua progressiva smaterializzazione e dalla fine dell'aggancio all'oro. È vero che anche l'oro, in quanto denaro, era una convenzione basata sulla fiducia, non diversamente dagli impulsi elettronici rimandati dal computer che oggi tengono luogo di moneta. Ma, a differenza di questi, la sua produzione fisica era limitata. Sganciandosi dall'oro «il sistema ha disattivato il proprio dispositivo di sicurezza». È come una mongolfiera che, liberata dell'intera zavorra, sale a velocità vertiginosa verso l'alto, ormai fuori da ogni controllo. Ma in questa stratosferica ascesa del denaro c'è anche il presupposto della sua fine.

Tratto da: “Il denaro sterco del demonio” di M.Fini (ed Marsilio)



Tendenza anarchica dell'individualismo moderno

Il riferimento in un nostro recente articolo a una presunta tendenza anarchica nel modello individualistico moderno ha suscitato qualche perplessità e merita perciò di essere chiarito. In senso generale e prima di qualsiasi elaborazione politica che tenti di renderla realizzabile nel concreto, possiamo definire anarchica qualsiasi tendenza al rifiuto e alla soppressione della presenza di un'autorità costituita e di un modello politico e sociale strutturato in modo centralizzato e verticale. In sostanza, è tendenzialmente anarchica qualsiasi istanza libertaria radicale, dove il concetto di libertà è identificato con l'assenza di vincoli esteriori, obblighi, doveri, gerarchie, sovrani e padroni. Da questo punto di vista, il rifiuto delle strutture sociali e politiche tradizionali da parte della modernità, che sfocia nelle varie declinazioni della dottrina liberale, tradisce chiaramente una tendenza anarchica, seppure poi questa sia stata mediata storicamente in varie formulazioni di una teoria politica e sociale volta a salvaguardare non un'idea radicale di libertà negativa - totale assenza di autorità e centralizzazione di potere - bensì la maggior quantità possibile di assenza di vincoli compatibile con il vivere associato. Qui la modernità vive il suo più grande paradosso, ossia il fatto che la società liberale si sia nel tempo dimostrata costitutivamente e strutturalmente illiberale. Per cercare di renderne conto, sarebbe necessario meditare gli aspetti paradossali dell'idea di libertà astratta alla radice del pensiero liberale, ma non è questo il punto della riflessione odierna. Ciò che qui preme sottolineare è che alla radice della modernità si riscontra un originario rifiuto del modello tradizionale di gestione e distribuzione del potere politico, legato all'istanza di affermazione e protezione dell'individuo, le cui prerogative sono considerate prioritarie rispetto ai vincoli comunitari, sociali e gerarchici premoderni. Da questo punto di vista individualismo è anarchismo, seppure nella società liberale tale anelito abortisca nelle forme di un nuovo e più raffinato autoritarismo. Rimane infine da notare che il rifiuto dell'ordine costituito è un momento indispensabile di qualsiasi processo rivoluzionario. Vi è un momento anarchico in qualsiasi moto volto al cambiamento, che sarà poi superato nell'edificazione di un nuovo ordine. La rivoluzione conservatrice ha espresso la romantica figura dell'anarchico di destra, ossia di colui che rifiuta l'ordine nato dalla dissoluzione per completare la rivoluzione - intesa in senso proprio, come movimento circolare - ed edificare un nuovo mondo fondato tuttavia su principi permanenti e incorruttibili. Tale figura può anche arrestarsi allo stadio del rivoluzionario permanente, a sua volta incarnazione di una espressione positiva della tendenza anarchico-conservatrice. Egli è colui che constatando l'impossibilità del compimento rivoluzionario, vive una forma di esistenza militante e mobilitata, radicalmente oppositiva, seppure consapevole dell'impossibilità della vittoria sul campo, concependo tuttavia la propria missione esistenziale con il mantenimento di posizioni perdute, quale forma eroica di un'etica residuale e in funzione di sentinella e testimone nel luogo della catastrofe.


Il satanismo razionalista

Il cosiddetto "satanismo razionalista" sarebbe, secondo gli antropologi culturali e i sociologi delle religioni, la forma più moderna ed evoluta del culto devoluto a Satana, l'entità considerata maligna e ribelle dal cristianesimo, e rivalutata, reinterpretata o presa a modello da una serie di esperienze occultistiche, settarie o pseudospiritualistiche emerse sin dai primi secoli cristiani. Le varie espressioni del satanismo, a prescindere dal modo in cui interpretano la figura di Satana, hanno tutte come tratto comune ed unificante un radicale rifiuto del cristianesimo. Che concordino nella visione cristiana di Satana, e pertanto sfocino nel puro culto del male con forme di ritualismo parodistico, o considerino Satana una figura positiva da contrapporre al demiurgo della gnosi cristiana o al Dio dispotico e crudele dell'Antico Testamento, l'elemento caratterizzante è la contrapposizione alla tradizione e alla sua dogmatica. Il "satanismo razionalista" altro non sarebbe che una versione emancipata e disincatata di questa istanza anticristiana e antitradizionale, che prenderebbe Satana come simbolo di ribellione all'autorità e al dispotismo del passato, per farne modello dello sviluppo del potenziale individuale, rigorosamente da perseguire in autonomia e in contrapposizione ad ogni ordine costituito. Ogni uomo deve così eleggersi a norma e signore di sé, seguendo la propria luce interiore e divenendo artefice del proprio destino, senza ricorrere a giustificazioni nella trascendenza o nel divino. La realtà è quella tangibile; la morale va definita individualmente (più o meno in accordo con la società in cui si vive, a seconda dei gusti); l'organo di conoscenza è la ragione; la forma di conoscenza è essenzialmente la scienza moderna; l'arte è da considerare pura espressione della propria individualità e del proprio gusto personale. In generale il satanismo viene considerata una via di liberazione dai tabù sociali e storici, dai vincoli individuali autoimposti o ricevuti per educazione, da tutto ciò che limita l'individuo nello sviluppo della propria personalità, potenzialità, ricerca di piacere e realizzazione. In sostanza il "satanismo razionalista", sviluppato pienamente nella sua istanza razionale, ossia purgato da residui mitologici, simbolici e romantici, altro non è che il modello dell'individualismo moderno, con tutti i suoi corollari di ateismo, scientismo, materialismo, anarchismo e superomismo velleitario. Resterebbe da chiedersi chi dei due mente camuffandosi per l'altro, se Satana o la modernità, o se non siano semplicemente uno lo specchio dell'altro. Da sottolineare che questo orizzonte ideologico, essendo un fenomeno moderno, è già passato. Il "satanismo razionalista" è un fenomeno da boomer o, tutt'al più, da trentenni annoiati. È un residuo di conservatorismo che ignora come il mondo attuale sia molto più avanzato nella dissoluzione nelle sue manifestazioni odierne considerate normali. La postmodernità ci mostra un volto satanico decisamente più inquietante e sorprendente, diremmo stimolante nella sua repellenza. Vale la pena ritornarci.




Comprendere la situazione internazionale

 

A prescindere da eventuali simpatie o odi viscerali per Russia o Israele, a parere nostro non è possibile comprendere l'attuale situazione internazionale, né tantomeno tentarne una valutazione il più razionale e oggettiva possibile, senza tener presenti alcuni concetti fondamentali.

1. A prescindere dagli aspetti regionali e contingenti, quello che si viene delineando è uno scontro tra coloro che sostengono l'egemonia dell'Occidente, tanto a livello politico che economico, e coloro che rivendicano una via autonoma e indipendente, rifiutando sudditanza e sottomissione. In altre parole: unipolarismo vs multipolarismo. Nessuno dei soggetti implicati, infatti, rivendica credibilmente per sé e per la propria cultura/civiltà - se ci si attiene almeno a ciò che viene dichiarato - il ruolo che l'Occidente a guida americana ritiene esplicitamente gli spetti.

2. Lo scontro non è una lotta di civiltà, ma eventualmente per il diritto alla civiltà, ossia tra chi nega che l'altro e la propria cultura abbiano il diritto di esistere così come essi sono - questo è il senso della cosiddetta esportazione della democrazia e dei diritti - e coloro che invece reclamano il diritto alla propria identità, autodeterminazione storica e realizzazione indipendente del proprio potenziale di sviluppo.

3. In questo contesto il fanatismo nazionalista, il fondamentalismo religioso e varie espressioni di xenofobia e razzismo sono arruolati alla causa unipolare perchè nella loro irrazionabilità sono facilmente manipolabili con l'illusione di obbiettivi particolari o breve termine conformi alla propria causa, ma funzionali però al disegno d'insieme che ne è di fatto l'esatto opposto. Questo spiega quel fenomeno solo apparentemente paradossale per cui chi sostiene la fine delle identità religiose, etniche e nazionali possa servirsi di eserciti ultranazionalisti e organizzazioni fondamentaliste per una causa quale la globalizzazione e il mondialismo. Fermarsi al piano di queste rivendicazioni locali non restituisce il quadro d'insieme: Stati Uniti ed Unione Europea non sosterranno mai l'indipendenza e la sovranità di nessun popolo e di nessuna nazione, se non in funzione della sconfitta di un nemico che considera più pericoloso, salvo poi disfarsene e rinnegarli quando l'obbiettivo è raggiunto.

4. Gli attori, le scene e i teatri locali vanno dunque interpretati nel contesto della regia globale e non isolati: la tecnica della propaganda è proprio quella di smembrare il quadro d'insieme per far risaltare i singoli atti del dramma, i quali possono avere nel contesto un significato - e di conseguenza un portato emotivo - completamente opposto rispetto al quadro generale.

5. L'esito dello scontro, nel quadro generale, è di fatto vitale solo per l'Occidente. Il fronte multipolare è infatti irriducibile a un'unica identità, cultura e formazione politica. In sintesi, il disegno multipolare andrà avanti anche se la Russia, l'Iran o la Cina saranno sconfitti. Viceversa l'Occidente unipolare, quando cadrà, cadrà tutto intero e in modo irreversibile. La gravità del rischio e la portata della posta in gioco dovrebbe aiutare a comprendere quanto l'Occidente sia disposto a sacrificare in termini di costi materiali e di vite umane, per tentare di preservare la propria sopravvivenza.



Ernst Jünger, un autore titanico

 "Soffro di un tempo che mi è estraneo ma non pretendo il diritto di essere escluso da questo soffrire. È la sofferenza degli spiriti superiori nel nostro tempo."

Se c’è un autore che ha attraversato con costrutto ed operosità viva tutto il Novecento, questo fu Ernst Jünger. Un secolo denso di avvenimenti, esperienze, guerre, tensioni, mutamenti, conflitti, miglioramenti e peggioramenti. Jünger li visse tutti, fino in fondo. Immergendosi in essi e traendone le vere essenze per un miglioramento ed accrescimento personale. Ha attraversato, senza conciliarli, gli opposti della nostra epoca. Fu guerriero e fautore della pace, individualista ma anche sovraumanista, fu soldato ed aperto alle esperienze della trincea ma anche amante della Macchina e della Natura. Percorse la modernità descrivendola come un sentiero stretto, compreso tra il precipizio della tecnica e l’altezza della divinità. Jünger fu il più grande scrittore di guerra (“Tempeste d’acciaio”), ed ebbe, al pari di Evola e Pasolini quello sguardo profetico su quel futuro tanto descritto ed anticipato dai cosiddetti scrittori “della crisi”.

“L’operaio”, sua opera centrale è l’analisi sull’epoca mondiale dominata dalla tecnica. Tecnica intesa come quella sfida lanciata dalla modernità che va riconosciuta così da poter dominare ed indirizzare e non subire passivamente. Oltre il nichilismo del mondo moderno, Jünger, alla fine del tunnel della disgregazione, scorge una luce, o per meglio dire una nuova strada. Una strada che si apre, grazie al suo pensiero intuitivo, ad una specie di nuovo umanesimo. Un superamento dell’umano in una dimensione totalmente nuova. Quasi mitologica. Che trasforma il lavoratore in un nuovo titano che unisce il meccanicismo in una struttura di pensiero integrale che piega i ritmi in una sorta di nuova spiritualità. La sua pubblicistica è sterminata, tra saggi, racconti, romanzi, epistolari e diari.

“Oltre il muro del tempo” è un approfondimento vero e proprio sul tema del tempo secondo una maestosa visione d’insieme: un’immagine metafisica che, in quanto tale, trova nel mondo fisico la sua controparte. Lo scrittore tedesco non si limita, così, a svilire le ormai sempre più screditate visioni ottimistiche e progressistiche di radice illuministica. Non una visione lineare e progressista della storia ma al pari di Eliade, Jünger rivisita la concezione circolare del tempo. Non esiste un progresso rettilineo. Attraverso la storia della terra e la divisione in cicli metafisici e sovraumani, la lunga analisi del saggio porta ai tempi ultimi. I tempi in cui pochissimi uomini possiedono strumenti adatti all’adesione al nuovo ciclo, al disvelamento, alla frantumazione della crosta nella quale siamo avvolti dalla Tecnica (concetto che sarà spesso presente nelle sue analisi). Una possibilità a cui l’umana natura può giungere pagando un prezzo altissimo di sofferenza e dolore, così da poter accogliere la metamorfosi in vista di una nuova libertà. L’uomo moderno “differenziato” quindi al centro di un’epoca spaventosa ed in balie di forze elementari e caotiche. Da cui può “ritirarsi”, agendo su se stesso ma soprattutto dandosi al bosco. Quel bosco tratteggiato alla perfezione in quell’altra sua opera basilare (al pari di “Cavalcare la tigre” di Evola) che fu “Il trattato del ribelle”. Traduzione italiana che però non rende appieno il senso, intendo nel titolo, di quello originario. Nell’edizione tedesca il titolo è “Der Waldgang”, cioè “colui si dà al bosco”. Il ribelle (nel titolo italiano) quindi è colui il quale si ritira dal mondo, “passa al bosco”, avendo possibilità nulle di incidere su di esso, cercando di preservare la sua interiorità, i suoi valori e la sua libertà. Ecco quindi l’anarca jungeriano, il nuovo ribelle che lotta contro il nulla e la decadenza, riscoprendo e rivalutando la propria consapevolezza, mantenendo intatto il suo nucleo inviolabile e la sua profondità. In uno stile severo ed asciutto, aderente nella sua interezza a principi dimenticati. In un cerchio ed in una cittadella inespugnabile. Da cui condurre una lotta di resistenza ma anche di testimonianza.

L’immensa portata dell’opera jungeriana è impossibile da ingabbiare in poche righe. Restano disseminanti nel tempo, per chi ha voglia di approfondire, “scogliere di marmo”, “passaggi al bosco” e radure di luce. Bagliori e sentori di un autore “titanico” di un secolo infame che, come ebbe modio di dire Alain De Benoist, non concesse il Nobel ad un autore complesso e profondo che, come una sentinella silenziosa, si stagliò sul confine del nulla.


                                                      OC

Se vuoi puoi tutto. O no?

Se vuoi puoi tutto. O no? Secondo ricercatori Cabanas e Illouz, autori del saggio “Happycracy" la scienza della realizzazione e del successo controlla le nostre vite con effetti potenzialmente devastanti sulla psiche degli individui. L'emancipazione individuale è infatti materia delicata, difficilmente delegabile ad un esperto di marketing o di business. “Cambia, impegnati e realizzati”. Benché i contenuti dei guru del business e del successo appaiano strumenti utili per un’evoluzione personale, il più delle volte non sono niente di più che comfort food per la mente oltre che un pericoloso rinforzo alla narrativa dominante. Mascherata da autorevole opinione di un esperto, la narrazione del successo è il più delle volte una acritica adesione al sistema in cui viviamo in una versione portata all’ennesima potenza ed estremizzata: l’entusiasmo per il contesto neoliberale diventa estetica, smette di essere un ideale e si trasforma in habitus esistenziale: l’individualista motivato. Intelligente e ottimista è il modello che viene proposto per realizzarsi. Il guru è colui che, in quanto vincente, è in grado di insegnare agli altri come sfruttare le infinite opportunità del mondo, apparentemente celate da una coltre di ozio e pigrizia. Chi ascolta diventa un cercatore ossessionato di sé stesso, dei propri errori e dei propri limiti. La chiave della realizzazione, nel lavoro come nella vita personale, è banalizzata in un’eterna trasformazione dell’io che non lascia spazio ad alcuna trasformazione del mondo. La carriera, intesa come corsa solitaria a discapito di tutto, è l’unica dimensione dove esercitare il proprio valore. Sia chiaro, non dobbiamo correre il rischio di generalizzare, dal web possono essere reperite fonti interessanti e utili per il nostro sviluppo professionale. Tuttavia, la direzione intrapresa da molti guru del web ha permesso ai loro messaggi di uscire dal contesto di riferimento per invadere le sfere dell'intera esistenza, diventando un modello di lifestyle. Nonostante la convinzione in un approccio individualista, ottimista e fiducioso la visione del mondo dei guru del web è il più delle volte una stampella del modello socio-economico in cui viviamo. L’estetica del successo non si configura come un modo di vivere individuale ma come rinforzo politico di un sistema prevaricante sui cosiddetti perdenti della società. Rimettere in discussione le contraddizioni del nostro modello non è ingrediente della ricetta del successo. Ansia, narcisismo e depressione sono, secondo molti studiosi, i rischi più comuni legati ad un messaggio troppo legato all'ideologia del successo: non realizzarsi (o non rialzarsi dopo un fallimento) è vissuto come una sconfitta personale di cui vergognarsi intimamente. Forse dobbiamo iniziarne a parlarne, con maggiore attenzione.

A.Sahebi



Lucio Dalla, un hobbit della musica italiana

“Io credo che è l'amore, è l'amore che ci salverà”.


Nel film “L’hobbit” Gandalf dice a Galadriel che “sono le piccole cose, le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’oscurità”. Il cantautore bolognese Lucio Dalla, era come un hobbit. Un essere piccolo, innocente e puro. Un hobbit che ha raccontato in molte delle sue canzoni le storie dell’umanità che ha incontrato e conosciuto. Un pilastro della musica italiana, che unì la tradizione popolare italiana con la musica leggera, le melodie e i ritmi semplici e scanzonati con suoni appartenenti al pop, senza essere rinchiuso in un genere particolare. Ma al di là dell’aspetto musicale, differente da quello di altri suoi “colleghi” cantautori fossilizzati in certe strutture, erano i testi a colpire. Un florilegio di canzoni i cui testi sembrano degli storyboard per la costruzione di un film, una sceneggiatura perfetta per fatti di vita comune. Come delle istantanee precise di un momento, una fotografia spietata di un attimo. Ogni verso di un suo brano apre ricordi, immagini, situazioni di impronta cinematografica ed offre infinti spunti di riflessione. Come la distruzione delle illusioni di “Cara” (“per uno come me l'ho già detto che voleva prenderti per mano e volare sopra un tetto”), l’elogio della forza del pensiero critico di “Come è profondo il mare” (“È chiaro che il pensiero dà fastidio anche se chi pensa è muto come un pesce”), la mediocrità derivante dalla meccanicità della vita quotidiana di “Quale allegria” (“Far finta che in fondo in tutto il mondo c’è gente con gli stessi tuoi problemi per poi fondare un circolo serale per pazzi sprasolati e un poco scemi”) bilanciata dalla forza di volontà di “Cosa sarà” che in modo a volte irrazionale spinge ad affrancarsi dalle bassezza della vita (“Che ti spinge a picchiare il tuo re, che ti porta a cercare il giusto, dove giustizia non c'è”). E quante volte abbiamo incontrato nelle periferie delle città storie simili a quelle di “Anna e Marco”? La storia di sogni irrealizzabili di due sconfitti dalla vita che vengono mitigati dal conforto, dalla solidarietà e dalla vicinanza (“Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano, qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano”), o il dolore di un addio di chi è andato via davvero per realizzarli quei sogni “Balla balla ballerino” (“Ferma con quelle tue mani il treno Palermo-Francoforte, per la mia commozione c'è una ragazza al finestrino, gli occhi verdi che sembrano di vetro, corri e ferma quel treno fallo tornare indietro”). Il tutto con la speranza nel cuore di un futuro di tacita speranza di “Futura” (“Non girare la testa, dove sono le tue mani, aspettiamo che ritorni la luce, di sentire una voce, aspettiamo senza avere paura”). Una speranza che attraversa un tempo difficile, un “apocalisse dei nostri tempi” che solca le varie fasi del nostro percorso in un mood che non può non richiamare “Il settimo sigillo” di Bergman de “L’ultima luna”. Un testo di disperata attualità che però ci ammonisce con un chiaro messaggio. Il domani apparterrà solo a chi avrà il disincanto e il candore di un bambino, a chi avrà capito come superare le miserie e la disperazione dell’uomo moderno (“L'ultima luna la vide solo un bimbo appena nato, aveva occhi tondi e neri e fondi e non piangeva. Con grandi ali prese la luna tra le mani, e volò via. Era l'uomo di domani”).

Un artista sensibile la cui arte poetica vive per l’eternità.

“Per poter riderci sopra, per continuare a sperare”


                                       OC

9 Marzo 2020, l'inizio del delirio

Il 9 Marzo 2020 fu l' inizio di un periodo kafkiano in cui accaddero strani fenomeni.

In quel tempo l'Italia venne divisa in zone colorate in base alle quali si concedevano le libertà di movimento.

Mentre camminavi sereno, dal lato opposto della strada qualcuno ti guardava spaventato e si tirava su una pezza di stoffa sul volto.

Strani personaggi passavano a disinfettare le sabbia sulle spiagge.

Elicotteri in diretta tv inseguivano una persona che camminava da sola nel deserto.

Uomini andavano in bicicletta in montagna o passeggiavano nei boschi isolati respirando attraverso una pezza lercia appiccicata sul volto.

A scuola i bambini non potevano andarci. Successivamente però si ma dovevano salutarsi col gomito, mascherarsi sui banchi e se per sbaglio si scambiavano una penna tra loro l'insegnante impazziva e chiamava il 118.

Sempre a scuola, se un bambino svolgeva un compito in classe doveva consegnarlo alla maestra bardata e metterlo in quarantena 15 giorni.

Le persone uscivano di casa con una carta da formaggio con la giustificazione dei loro movimenti e dal governo arrivavano indicazioni intelligenti del tipo "se andate a trovare un amico potete farlo so se è amico vero".

Nei parchi giochi nastravano le altalene, nei supermercati lasciavano aperti i reparti per gli animali e chiudevano quelli dei giocattoli.

Dentro le auto si vedevano coppie sedute una avanti e una dietro, rigorosamente mascherati e con i finestrini aperti d'inverno per fare circolare l'aria ed evitare possibili contagi.

Negli ospedali la gente moriva da sola, senza possibilità di vedere i propri cari.

Al bar potevi per un periodo mascherarti in piedi ma non seduto, un altro momento dovevi seduto ma non in piedi.

Esimi medici spiegavano come avere rapporti intimi mantenendo le distanze di sicurezza. Altri dichiaravano "amatevi ma non troppo".

Il Presidente del consiglio andava in diretta tv mascherato in solitaria suggerendo di utilizzare le carte e non il contante poiché veicolo di contagio. Poi sotto Natale dava strani bonus per fare spendere denari alle masse che una volta rientrate dalla spesa venivano colpevolizzate in quanto responsabili di contagio.

Ad un certo punto un banchiere ed un militare vennero messi a governare e comunicarono cose grottesche tipo "se non ti sieri muori e fai morire", "noi istituiamo un lasciapassare per ritrovarsi tra persone non contagiose". Tutta la stampa era zelante e le masse si accalcavano negli hub come polli.

In tv tre “stimatissimi” medici canticchiavano Jingle bells modificandone il testo con frasi come "se tranquillo vuoi stare il siero devi faaare".

A lavorare non ci si poteva andare se non muniti di una sorta di lasciapassare che certificava di essersi iniettati roba inutile e dannosa firmando il proprio consenso.

Potremmo andare avanti a lungo ma facciamo finta che non sia accaduto nulla di strano. Non ci fu alcun delirio collettivo, né abuso di potere. D'altronde furono solo misure di emergenza, non si poteva conoscere a fondo la portata del fenomeno. Fu solo prevenzione, suvvia, non siate paranoici e rancorosi, quel che è stato è stato.



Geopolitica e gnosi

Le potenze talassocratiche non possono propriamente essere chiamate Occidente, in quanto la loro caratteristica determinante è appunto la delocalizzazione, l'informità e l'instabilità fluidica e indefinita il cui simbolo è l'elemento acqueo, e l'incarnazione archetipica elementare il mare. Se sono chiamate Occidente, lo sono perchè la loro origine storica è a Ovest del centro, il continente Euroasiatico, e in quanto luogo del tramonto, "occasus" del presente ciclo storico. Qualsiasi definizione geografica autentica ha invece come riferimento uno spazio specifico, garantito e sicuro, caratterizzato dalla comunione di un popolo, una tradizione e una cultura con il suolo e la terra in cui essa è radicata e legata da un'origine e un destino. Questo è il motivo perchè la vera geopolitica come forma di conoscenza è piu affine alla gnosi tradizionale che alla scienza moderna, in quanto non può che nutrirsi di una dimensione metafisica e spirituale sconosciuta alla pseudocultura profana. È anche il motivo per cui la cultura moderna diffida della geopolitica, se non addirittura la osteggia, in quanto il suo orizzonte è quello dell'identità e della differenza, l'esatto opposto del modello imperialista talassocratico, che punta a risolversi nell'uniformità e nell'indifferenza. Questo per dire che la guerra non è tra Occidente e Oriente, ma tra le forze dell'informe e del caos, e quelle della forma che è spirito. Questo è il motivo per cui esiste un Occidente autentico e un Occidente ombra e doppio che ne è come la nemesi. Eurasia è il luogo in cui l'Occidente autentico può riposare e ristorarsi nella propria identità nel riferimento a un centro immutabile. Multipolarità è il nome della forma in cui tale centro articola e custodisce la differenza delle sue espressioni, in un'armonia corale di pace e libertà. Utopia escatologica quaternaria.




Esteriorità e autostima nella donna dell'era dei social network

Ragazzine che non superano i 40kg per “essere in forma”, donne di tutte le età che vanno in ansia se hanno un qualsiasi difetto fisico, che sia una smagliatura, un briciolo di cellulite o qualsiasi cos’altro. Questa è una vera e propria piaga sociale aggravata dell'era dei social media e della cultura dell'apparenza.

Qualcuno spieghi a queste donne che un ad uomo che può essere definito tale non interessano minimamente tali dettagli, egli ama la donna in quanto essere unico e irripetibile e quelli che sono considerati “difetti” non sono per lui nulla in una completa ottica relazionale corpo-mente. Sono solamente fisime indotte da una società malsana che continua a perpetuare ideali di bellezza inaccessibili e artificiali attraverso la pubblicità, i media e l'industria della moda.

Esistono dei movimenti che spingono all’ accettazione di sé e all’ amore per il proprio corpo, basandosi sull'idea che tutti i corpi, indipendentemente dalle loro dimensioni o forme, meritino rispetto. Tuttavia c’è da diffidare da molti di loro, poiché un conto è liberarsi dagli standard di bellezza irrealistici imposti dalla società e rispettare l'unicità dei corpi umani, promuovendo autostima e autoaccettazione, un altro è esaltare situazioni fisiche dannose per la salute.

Peraltro l’eccessiva magrezza nella donna, tanto in voga oggi, è cosa innaturale, ella deve avere, come biologia comanda, forme morbide, ma ciò non significa, ovviamente, sfociare nell’esaltazione del grasso eccessivo che può causare scompensi alla salute. Il modello androgino della donna palestrata, tutta nervi e senza curve probabilmente fa comodo a qualcuno ma è tutto fuorché naturale.

La salute mentale di molte donne è danneggiata da tali fissazioni, molte, anche se non lo ammettono, vivono sotto pressione per conformarsi a tali fasulli standard di bellezza che causano effetti nocivi sulla salute emotiva come depressione, ansia e disturbi alimentari.

Certamente è importante piacersi, ma una donna non può percepirsi come un burattino, ci sono miliardi di altri aspetti che contribuiscono alla sua bellezza, dalle movenze, ai modi, allo sguardo, al suo modo di ragionare, all’essenza che emana. Come si può anche solo lontanamente pensare di essere valutate in base a degli aspetti marginali di un corpo? Vivere il proprio aspetto esteriore come unica misura di autostima la dice molto lunga sui valori delle società occidentali.




Lavoro e tempo libero - G. Thibon

Il proletario moderno ha l'odio del lavoro. Anche quando questo è ben retribuito, la sua insoddisfazione non si placa. Soffre meno di essere un operaio sfruttato che di essere un operaio senz'altro: le sue infinite rivendicazioni materiali non sono altro che manifestazioni superficiali e ingannatrici di un tale malessere fondamentale. Il proletario soffre in questo modo perché il suo lavoro è inorganico, inumano. I socialisti propongono, come rimedio alla crisi operaia, una più giusta ripartizione dei redditi, salari più alti, come se il problema operaio si limitasse a questo! Si tratta piuttosto di un rifacimento totale delle condizioni prime del lavoro industriale, si tratta di sopprimere il lavoro inumano, il lavoro senza forma e senza anima: la « grande officina », il lavoro « alla catena », la specializzazione portata all'eccesso, ecc., tutte cose che lo statalismo socialista può solamente portare alla loro suprema e mortale espressione. Il problema dei salari è molto secondario. L'artigiano di paese che costruisce oggetti completi e tratta con una clientela viva è infinitamente più felice e soddisfatto dell’operaio d'officina, pur con uno standard di vita ben inferiore a quello di quest'ultimo. Se le condizioni di lavoro dell'operaio dell'industria e del commercio non cambiano, l'elevazione del livello dei salari potrà soltanto nuocergli. L'uomo votato al lavoro malsano è votato altresì allo svago malsano. Il tempo libero (con tutte le « distrazioni » che implica) non è più per lui il prolungamento ritmico del lavoro, ma una maniera di evadere, di vendicarsi del lavoro: invece di rendere più facile la ripresa del lavoro, la rende più amara. Non si rimedia ai mali scaturiti da un lavoro inumano con l'aumentare il benessere economico del lavoratore: si rischia anzi così di aggravare il suo fastidio e il suo decadimento. Il marchio di certe forme moderne dell'attività sociale consiste infatti in questo: il lavoro e lo svago, normalmente complementari, vi diventano antagonisti. Semplice caso particolare di quella legge generale che dice: le cose che, sane, si completano, malsane si divorano a vicenda. Il cattivo amore dei sessi si capovolge in odio dei sessi, un cattivo sonno invade la veglia e l'avvelena. Lo stesso accade per un lavoro senza anima: I'abbrutente mescolanza di tensione e di monotonia che lo caratterizza, si riflette sul tempo libero, lo predispone alla dissolutezza, cioè a piaceri inumani e artificiali quanto lui. Le gioie che popolano il riposo dei lavoratori diventano così qualcosa di teso e di artificiale una sorta di lavoro straordinario che, lungi dal distendere anima e corpo, aumenta la loro fatica e la loro intossicazione. Baudelaire, cantore supremo della decadenza, non per caso ha usato la parola « lavoro » per designare la voluttà: Oui des Dieux osera, Lesbos, être ton juge Et condamner ton front pâli per les travaux?... Les débauchés rentraient, brisés par leurs tra vaux...

Infatti colui che non trova più gioia nel suo lavoro, troverà lavoro nella sua gioia. Il lavoro forzato ha come corollario il piacere forzato. È amaramente istruttivo vedere la classe operaia e le sue guide rivendicare in primo luogo, e quasi esclusivamente, un aumento dei salari e del tempo libero. Pretese tanto superficiali rivelano una strana dimenticanza dell'intima solidarietà e della continuità qualitativa che esistono tra il lavoro e il riposo. Lavoro e svago sono le due fasi di uno stesso ritmo: la perturbazione di una di queste fasi porta fatalmente con sé una corrispondente perturbazione nell'altra. Chi dorme male non può vegliare normalmente; allo stesso modo un uomo costretto ad un lavoro contro natura rischia gravemente di non occupare molto umanamente il suo tempo libero. Si avrà un bell'aumentare quest'ultimo in quantità: non per questo la sua qualità diverrà meno inferiore e falsa. Non si tratta di tentare di far da contrappeso ad un lavoro inumano per mezzo dell'accrescimento del « benessere » dei proletari: finchè il lavoro resterà inumano, un tale benessere non potrà essere sano. Si tratta prima di tutto di umanizzare il lavoro. Fatto ciò si potrà lecitamente pensare al miglioramento della situazione materiale delle masse: le riforme operate in questo senso avranno allora maggiori possibilità che non oggi di non esasperare, nell'anima dei lavoratori, l'odio per il lavoro e lo spirito di rivolta e di anarchia.

Quando parlo di umanizzare il lavoro, non voglio dire di renderlo necessariamente più facile e meglio remunerato, ma voglio soprattutto dire di renderlo più sano. Esiste una vita dura e difficile che è umana: quella del contadino, del pastore, del soldato, del vecchio artigiano di paese, esiste anche una vita molle e facile che è inumana e che genera la corruzione, la tristezza e l'eterna ribellione dell'essere che non svolge alcun ruolo vivente nella Città: quella per esempio dell'operaio standard in periodo di alti salari, del burocrate amorfo e ben pagato, ecc. Ed è proprio quest'ultimo genere di esistenza che il socialismo reclama per tutti! Per parte nostra, noi che amiamo il popolo d'un amore umano (cioè d'un amore spietato verso qualsiasi atmosfera inumana che lo minacci, per comoda e desiderabile che possa essere in apparenza), chiediamo per lui molto di più, chiediamo dell'altro. I democratici moderni hanno troppo frettolosamente confuso vita dura e vita inumana. E con ciò si sono condannati quasi unicamente a corrompere sotto il pretesto di umanizzare.

Gustave Thibon, Diagnosi 1940 (Iduna edizioni)




L'abbandono dello sguardo - H.Hesse

L' occhio della volontà è torbido e deformante. Solo quando è assente il desiderio, solo quando la nostra mira diviene osservazione pura si schiude l'anima della realtà, la bellezza. Se contemplo un bosco che intendo acquistare, affittare o ipotecare, in cui voglio far legna o andare a caccia, io non vedo il bosco, ma solo le sue relazioni col mio volere, con i miei piani, con le mie preoccupazioni e il mio portafoglio. Allora il bosco è fatto di legno, è giovane o vecchio, è intatto o degradato. Ma se non me ne aspetto l alcunché, se mi limito a guardare spensieratamente nella sua verde profondità, ecco che esso è il bosco, è natura, è creazione vegetale, è bello. Altrettanto accade con gli esseri umani e con le loro sembianze. L'uomo che guardo con paura, con speranza, con brama, con intenzioni e pretese non è un uomo, ma solo il torbido specchio del mio volere. Consapevole o no, io lo guardo con impliciti quesiti che possono solo immeschinirlo, falsificarlo: è affabile o superbo? Mi dimostra considerazione? Si potrà spillargli del denaro? Capirà qualcosa di arte? Noi guardiamo la maggior parte delle persone con cui entriamo in contatto con innumerevoli interrogativi del genere, e passiamo per antropologi e psicologi quando dalla loro apparenza, dal loro aspetto fisico ci riesce di interpretare quanto asseconda o contrasta le nostre intenzioni. Ma è un aggiustamento meschino, e in questo genere di psicologia il contadino, il venditore ambulante è superiore alla maggior parte dei politici e degli eruditi. Nel momento in cui la volontà si placa e subentra l'osservazione, il puro vedere, il puro abbandono, tutto cambia. L'uomo cessa di essere utile o pericoloso, interessante o noioso, gentile o ruvido, forte o debole. Egli diviene natura, diviene bello, singolare, come tutto ciò che è oggetto di osservazione pura. Poiché l'osservazione non è ricerca né critica, bensì nient’ altro che amore. La più alta e la più desiderabile condizione della nostra anima: amore senza desiderio. Raggiunta questa condizione, sia pure per alcuni minuti, ore o giorni (attenervisi per sempre sarebbe la perfetta felicità) gli uomini appaiono diversi dal consueto. Non più specchi o caricature del nostro volere, essi tornano a essere natura. Bello e brutto, vecchio e giovane, buono e cattivo, aperto e chiuso, duro e tenero non sono più opposti, non sono più stereotipi. Tutti sono belli, tutti degni d'attenzione, nessuno può essere più disprezzato, odiato, frainteso.

Tratto da "Il mio credo" di H.Hesse (ed.Bur)




Il vuoto della cultura trap

Riguardo alla trap, che oggi appare essere il genere musicale più popolare tra le generazioni più giovani, i pareri si dividono tra chi ne condanna la pochezza artistica e i contenuti banali se non pericolosi, e chi invece vi vede un fenomeno generazionale di rottura paragonabile a quelli beat, rock e punk del passato. 

Va fatto notare, innanzitutto, che se anche il genere ha posseduto in origine una qualche carica eversiva o di rottura - cosa che non dubitiamo visto che le culture underground nascono proprio come critica allo status quo del mainstream - di certo, divenuta prodotto di massa, la musica trap ha perso qualsiasi potenziale critico divenendo anzi funzionale, con il suo messaggio e i suoi codici, al modello sociale che l'industria culturale ha l'obbiettivo di promuovere. L'abbiamo già visto accadere con altre culture marginali e potenzialmente dirompenti che, predate e digerite dalla fabbrica delle idee di regime, sono state poi disinnescate e replicate in forme innocue ad uso e consumo del largo pubblico. 

La domanda che bisogna porsi è, dunque, per quale motivo il braccio armato culturale del potere favorisca la versione edulcoracata e inoffensiva della cultura trap per fini di controllo sociale. Perchè la nostra società apparentemente condanna il modello denaro/sesso/droga/violenza per poi darlo in pasto alle generazioni più giovani, fingendo di scandalizzarsene?

In realtà, il meccanismo è piuttosto semplice. Si offre, nella finzione artistica, l'illusione di qualcosa che non si può avere o realizzare proprio perchè nella vita reale l'insoddisfazione del non potersi approssimare a quel modello venga anestetizzata e non divenga pulsione al cambiamento. Se sono virtualmente ricco e potente, il fatto di non esserlo nella realtà non diventerà carica eversiva, ma semplicemente si appagherà nella finzione artistica in assenza di uno sbocco reale. Poco importa che pochi soggetti statisticamente irrilevanti finiscano per credere a quel modello e diventino criminali, stupratori o assassini: la maggioranza dei giovani che ascoltano trap (come coloro che la fanno, dopo una breve stagione di successo) è destinata a una vita di miseria e subordinazione, che la società tenterà di tener buona con i prodotti dell'industria dell'intrattenimento e poche altre gratificazioni di ripiego.

Tra queste forme di anestetici sociali, il consumo meccanico e puramente orizzontale di droga e sesso è tra i più efficaci, così come quel culto dell'individualità sfociante nel narcisismo patologico che serve a camuffare il vuoto di personalità tipico della società dei consumi, dove si è ciò che si ha, e ciò che si ha è ciò che si mostra. Notare come tutti questi siano temi e codici tipici della cultura trap di massa, che a ben vedere non genera (se non in rari casi gestibili come comune criminalità) dei mostri sociali, bensì dei futuri cittadini perfettamente omogenei al tessuto economico, privi di qualsiasi reale pulsione eversiva, convinti di aver già rotto con la società indossando catene d'oro e pippando cocaina.

La cultura "pericolosa" non passa in tv, alla radio o sui giornali nazionali. La cultura "pericolosa" rimane nel cono d'ombra dei circuiti che il gusto educato o il sentire comune rifiutano, siano essi l'underground musicale più estremo o l'opera temeraria di qualche ermeneuta solitario che capovolge i luoghi comuni del pensiero condiviso. Un fascista insomma.


L'abisso de "Il silenzio degli innocenti"

“Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme non è solo un thriller classico dai risvolti orrorifici ma anche un percorso disturbante attraverso le zone infernali della mente umana, è un film sul "fascino del male".

Poche volte è capitato ai cinefili di immedesimarsi e provare una certa attrazione morbosa per il male come quella che si ha nei confronti di uno dei “cattivi” per eccellenza della storia del cinema: Hannibal Lecter.

La storia del film, basata sulla caccia al serial killer Buffalo Bill, è una lunga seduta psicoanalitica. Troviamo l'agente Starling (una grande Jodie Foster) alle prese, in un confronto costante, con il conturbante dottor Lecter (un magistrale Anthony Hopkins).

Il ruolo predominante spetta allo psichiatra maniaco Hannibal Lecter usato come "consulente" poichè capace di interpretare il modus operandi del ricercato.

Ma Lecter è attratto "intellettualmente" dalla giovane recluta e ciò fa sì che si instauri una particolare alleanza mentale tra Clarice (poliziotta dalle umili origini che cerca un riscatto personale) e Hannibal (uomo erudito e dai modi gentili che ascolta musica classica, sogna di visitare Firenze ma che si cibava di carne umana accompagnandola con un buon Chianti).

In questa costante oscillazione tra inferno e paradiso i due, in una parte della pellicola superba, sono separati solo da una sottile e trasparente lastra di vetro.

Una separazione che come un diaframma divide due mondi.

Quello della paura dell'ignoto e l'ignoto stesso.

Anzi, le tenebra.

L'abisso, per usare un termine caro a Nietzsche.

L'indagine su Buffalo Bill è solo una impalcatura esterna perché la vera struttura della storia è la "ricerca" dei protagonisti.

Da parte di Lecter una possibilità di soddisfare le sue morbose indagini di archeologo dell'animo umano. Di chi si compiace di ammirare la sofferenza dell'altro. Nonché cercare una via di fuga materiale dalla prigione. Perché quella mentale già è avvenuta.

Il dipinto del panorama di Firenze è un qualcosa che è lì a dimostrarlo. Uno sguardo che va oltre il muro del sotterraneo dove è rinchiuso.

La ricerca da parte di Clarice è solo quella di redimere il suo senso di colpa latente.

Anche lei usa la vista, la vista interiore, per cercare di riuscire a vedere dentro se stessa. Usando esclusivamente i suoi ricordi e la sua forza d'animo. Per superare traumi e superarsi.

Clarice è un giovane agente coraggiosa ma altamente sensibile che subisce ma accetta il conflitto tra paura e fascinazione nei confronti di Lecter che riesce a farle sviscerare i suoi pensieri più profondi e il rimorso di un’infanzia complicata.

Un confronto tra la parte semplice ed innocente dell'animo umano ed il suo doppio speculare, quell'orrore assoluto incarnato da chi è il divoratore perfetto che si nutre degli incubi di tutti gli uomini: i traumi psicologici.

Il giudizio su "Il silenzio degli innocenti” dopo molti anni resta inalterato. Un capolavoro brutale di raffinata precisione sulle dinamiche psicologiche che s’instaurano tra morale, giustizia e attrazione verso l’impensabile e l’indicibile.


                                                   OC


La cinofilia moderna, specchio dei tempi

“Uomo sbranato da rottweiler mentre faceva jogging”.

L’ennesima notizia identica.

Che cosa si può ancora dire di fronte a tali scenari?

Il dramma (perché di dramma si tratta) passa presto in cavalleria, e tutti tornano allegramente a gestire i loro cani come se nulla fosse. 

“Gestire” è già una parola grossa, perché la stragrande maggioranza dei proprietari di cani – va detto – è completamente impazzita ai nostri giorni, al punto dal non saper più reggere un confronto civile e pacato con chi espone un qualche punto di vista critico al riguardo. 

Quasi tutti i cinofili, appena esprimi un qualche “problema” riguardante i cani, s’inalberano, s’innervosiscono e, come accade ogniqualvolta che la sentimentalità prende la scena, ti puntano il dito contro come “immorale” e “insensibile”. 

Il cane – si ama ripetere – è “il migliore amico dell’uomo”. Ciò andrebbe chiesto intanto a chi è stato azzannato e mandato all’altro mondo addirittura in tenerissima età. E, secondariamente, bisognerebbe ricordare ai cinofili fanatici che tale nobile qualifica non equipara affatto i cani ad un essere umano. 

Tradizionalmente – dal fedele Argo al Veltro ghibellino – il cane esprime un simbolismo assai profondo. E tutti siamo disposti a riconoscere a questi “amici a quattro zampe” indubbi meriti, sia dal punto strettamente utilitaristico (guardia, caccia, salvataggio, terapia ecc.) sia da quello del “calore” che sanno esprimere con la loro compagnia, per grandi e piccini. Ma nel mondo moderno, da che il cane ha sempre svolto un ruolo significativo per l’uomo, esso è diventato una proiezione di un essere umano sempre meno centrato e solo con se stesso. Solo a tal punto che capita a molti di amare più i cani delle persone. Di più: di detestare fondamentalmente gli altri esseri umani per dare sfoggio di un amore sperticato per i cani e gli animali in genere. 

Questi zoofili, di cui i cinofili sono una nutrita ed agguerrita rappresentanza, sono persone fondamentalmente malate. Malate nell’anima, se reputano preferibile la compagnia di un cane a quella di un altro simile. E così accade che ci sono coppie che – fatte salve quelle che proprio non riescono ad avere figli – non vogliono assolutamente saperne dei bambini, mentre si dimostrano tanto amorevoli verso cani (e gatti, criceti, canarini ecc.). E che per essi fanno dei sacrifici che non si sognerebbero mai di fare per un bambino. Sorvoliamo qui su tutta la follia che ruota attorno al mondo del cane, tra tolettature e negozi che propongono capi di vestiario firmati. Bastino però poche osservazioni per giudicare come la cinofilia esasperata sia lo specchio di un essere umano internamente disordinato. 

Tutti avranno fatto esperienza di trovarsi di fronte, sul marciapiede, tipi dall’aspetto non proprio rassicurante ed aggressivo, esattamente come i loro cani, che si permettono di non tenere al guinzaglio anche quando ti trovi ad incrociare il passo con tanto di bambini piccoli al seguito. Macché, sono loro che ti guardano male – se ti azzardi anche solo a mostrarti preoccupato – perché il loro cane “è tanto bravo”. Della museruola, di cui ogni volta che ci scappa il morto si straparla con tanto d’interviste ad “esperti” ed “autorità”, non v’è la minima traccia in giro. Devono essere rimaste tutte invendute, anche se vi sarebbe, per determinate specie, l’obbligo di farla indossare quando ci si trova in un luogo pubblico. 

Li vedi là fuori, al gelo d’inverno, al buio in mezzo alla nebbia, la sera tardi o all’alba, tutti felici di fare da scendiletto al loro giocattolo preferito, che rispetto agli altri esseri umani ha il non trascurabile pregio di obbedire ciecamente al padrone. Mica la mamma o la nonnetta con la sclerosi senile, o il pupo che fa le bizze. Per quelli ci si lagna e basta, maledicendo la rogna che c’è capitata, ma per il cane si batte i tacchi perché “è tanto bravo”. 

Si danno ai cani nomi da persone (e alle persone nomi da cani). A tanto è giunta la commistione, prima di tutto concettuale, tra uomo e animale, che ovviamente trova diritto di cittadinanza in certi paesi europei “progrediti” anche l’“orientamento sessuale” di chi s’innamora, oltre i consueti limiti, del proprio animale da compagnia. 

Non si pensi che stia esagerando, e presto – dopo la prima serie di delizie targate “diritti civili” – si potrà constatare amaramente che dovremo “rispettare” anche gli zoofili secondo tale estrema accezione del termine. Tutto ciò non ha nulla a che fare col rispetto degli animali. Ne ha – e molto – con il disorientamento dell’essere umano, che anziché concepire se stesso come la “corona della creazione” – di una creazione che contempla anche gli animali (e le piante e i minerali e quant’altro non è direttamente percepibile per l’uomo) – degrada se stesso al livello delle bestie, ponendole persino in un rango più elevato a quello che gli è stato destinato.

Sintesi tratta da articolo su “Il discrimine”



Taxi Driver e l'alienazione metropolitana

 "Vengono fuori gli animali più strani, la notte: puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l'altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre"

Debuttò in America giorno 8 febbraio del 1976 un film che definire di culto è riduttivo, interpretato magistralmente da Robert De Niro.

"Taxi Driver" è cronaca desolante del degrado della modernità, È la cronaca dell'uomo nudo, fragile, non più centrato e consumato dai e nei dedali di metropoli senza identità.

Una specie di girone dantesco dove si accavallano sagome più che individui attraverso lo sguardo penetrante della disintegrazione psicologica del protagonista.

Travis Bickle è un reduce della guerra nel Vietnam e la New York degli anni '70 (che è uguale a quella di oggi) è lo scenario dove è ambientato il capolavoro di Scorsese.

Questa cornice storica fornisce il terreno fertile per esplorare il disorientamento e l'alienazione sociale attraverso la lente di un reietto, un personaggio problematico ed emblematico, come il protagonista.

Attraverso un'atmosfera inquieta, "Taxi Driver" critica la rappresentazione eroica dei veterani di guerra. Scorsese non cerca difatti di ritrarre un eroe, bensì di esporre la sua disumanizzazione, l'alienazione sociale e la rigenerazione nella vendetta attraverso un tortuoso percorso introspettivo.

Il film è uno sguardo in profondità sulla psiche umana che diventa una potente metafora della perdita dell'innocenza del protagonista ma anche uno spaccato di una società alienante.

Alienazione, è questo il tema principale di "Taxi Driver".

Travis è come Caronte che attraversa uno Stige fosco e vaga per una metropoli che "non dorme mai".

Sempre insieme alla compagna fedele di tutti: la solitudine.

"La solitudine mi ha seguito ovunque, nei bar nelle macchine, nelle strade. Non c'e' scampo" è quello che afferma Travis mentre è a bordo del taxi che gli fa da scudo verso il mondo esterno.

Travis, insonne, si adegua suo malgrado allo stato delle cose e cerca di diventare “normale” trovando però solo corruzione, ipocrisia e violenza.

In linea con riflessioni esistenzialiste tipiche di Sartre, si descrive quindi la “nausea” di un uomo invisibile di fronte ad una realtà estranea in cui Travis imbocca (a modo suo) una via di redenzione cercando di salvare una prostituta di cui si è invaghito (una giovanissima Jodie Foster). Una via di auto sacrificio che non lo affranca ma che ne certifica il fallimento suo e dell’intera società.


                                                     OC

Alchimia, forma primitiva della chimica moderna?

È dall'illuminismo in poi che si tende più o meno generalmente a considerare l'alchimia come una delle forme primitive della chimica moderna. In questo senso, la maggior parte degli studiosi che si sono interessati alla sua letteratura non vi ha voluto vedere che le primissime tappe delle scoperte chimiche successive. Questa letteratura, è vero, non manca di trasmettere un certo numero di esperienze artigianali che attengono alla preparazione dei metalli, dei colori o del vetro e che la tecnologia moderna ci permette a volte di ricostruire; tuttavia, l'alchimia propriamente detta (“la Grande Opera” descritta dagli autori ermetici) si muove su tutt'altro terreno: nonostante le espressioni metallurgiche di cui questi autori si servono spesso, la natura delle operazioni in questione non può in alcun caso essere definita chimicamente. Dal punto di vista della scienza moderna, tali operazioni o procedimenti rappresentano un assurdo prima ancora che un'aberrazione. La conclusione che se n'è voluta trarre è che un insaziabile desiderio di ricavare l'oro abbia finito con l'affossare gli stessi alchimisti, un tempo mastri orefici, vetrai o tintori perfettamente “razionali”, in una ricerca del tutto chimerica e in cui le fantasticherie s'intrecciavano indissolubilmente a un empirismo fin troppo primitivo.

Se così fosse, l'opera alchemica dovrebbe necessariamente denunciare a ogni passo i segni dell'arbitrio e non procedere che per improvvisazioni. Ma così non è: il magistero degli alchimisti comporta evidentemente un notevole principio di unità e, lungi dal presentarsi come una volubile avventura, mostra di possedere tutte le caratteristiche di una vera e propria “arte”, cioè di una dottrina e di un metodo che si tramandano da maestro a discepolo e i cui tratti più generali (stando, almeno, al giudizio che se ne può trarre dalle corrispondenti descrizioni simboliche) si uniformano sensibilmente, diffondendosi dai tempi antichi a quelli moderni, dall'occidente all'Estremo Oriente. Un'arte sostanzialmente incongrua sarebbe dunque stata in grado di superare infiniti scacchi e infinite disillusioni per conservarsi nella continuità e nella fedeltà a se stessa in contesti di civiltà peraltro così diversi: un fatto così evidentemente improbabile non sembra tuttavia aver colpito qualcuno. Dovremmo quindi ammettere o che gli alchimisti, nel loro desiderio di autoingannarsi, si siano ostinati a coltivare un mito mille volte smentito dalla natura, o che la loro esperienza effettiva si situi su un piano di realtà che non ha nulla a che fare con quello di cui si occupa la scienza empirica moderna. Le due alternative si escludono a vicenda.

Ma non è questo il parere della moderna psicologia del profondo, che si propone di trovare nel simbolismo alchemico una conferma alla propria tesi dell'inconscio collettivo.

Secondo la tesi in questione l'alchimista proietta, nella sua ricerca che è simile a un sogno, determinati contenuti della sua anima fino a quel momento sconosciuti a lui stesso e in quel modo, pur senza averne l'intenzione cosciente, opera una sorta di riconciliazione fra la propria coscienza quotidiana o superficiale e la potenza latente dell'inconscio collettivo. Una siffatta riconciliazione fra conscio e inconscio darebbe origine a una esperienza interiore soggettivamente omologabile al magistero cui l'alchimista aspirava. Anche questo punto di vista, come già il precedente, si fonda sull'ipotesi che l'intento originario dell'alchimista fosse quello di fabbricare l'oro.

In tal modo l'alchimista viene considerato o come il prigioniero di una sorta di delirio o come la vittima della sua stessa “proiezione” immaginativa: quindi come un essere pensante e agente in stato di sogno. Spiegazione che non manca di essere seducente in quanto si approssima in qualche modo alla verità – ma per allontanarsene poi subito e irrimediabilmente! Se è vero che la realtà spirituale che l'opera alchemica si propone di rilevare è per lo più cosa di cui il non iniziato è relativamente inconsapevole (è una realtà che si cela nel più profondo dell'anima), conviene tuttavia non confondere tale “segreta profondità” con il caos del cosiddetto inconscio collettivo - anche ammettendo che un concetto a dir poco così elastico possa avere una validità oggettiva. La “fonte dell'eterna giovinezza” degli alchimisti non scaturisce affatto da un'oscura profondità psichica, ma sgorga dal

Luogo stesso da cui ha origine ogni verità extra-temporale: e se essa si nasconde all'alchimista per tutta la prima fase della sua “opera” è solo perché si situa non al di sotto dei fenomeni attinenti alla sua coscienza più quotidiana, ma al di sopra - a un livello superiore.

L'ipotesi psicologistica perde qualsiasi validità non appena ci si rende conto che i veri alchimisti non furono mai prigionieri dell'avidità o del sogno di ricavare l'oro, e che non perseguirono mai il loro fine agendo da sonnambuli o assecondando il gioco delle "proiezioni" passive dei contenuti inconsci della loro anima.

I veri alchimisti seguivano, al contrario, un metodo perfettamente elaborato e la cui espressione simbolica in termini di metallurgia - arte che consiste nella trasmutazione dei metalli vili in argento o in oro - sembra aver messo fuori strada un così gran numero di ricercatori non iniziati: il che non toglie che questa espressione sia in se stessa assolutamente logica e, se vogliamo, realmente profonda.

Fonte: tratto da “Alchimia” di T.Burckardt (Archè - Edizioni Pizeta)




Esiste ancora la borghesia?

Forse sarebbe il caso di comprendere che la borghesia come classe sociale non esiste più, e che certi modelli interpretativi della società tipici del secolo scorso non sono più adeguati a elaborare sintesi teoriche e strategie politiche efficaci. La forbice sociale si è fatta talmente ampia che, da un lato, vi si trova tutta la massa proletaria de-proletizzata, allargatasi fino a inglobare il ceto medio e i piccoli-medio proprietari, in una collettività caratterizzata dal condividere tutta la medesima cultura, stile di vita e aspirazioni, e che si differenzia al suo interno solo da diversi gradi di disponibilità economica individuale. Dall'altro lato, invece, vi sono le élite economiche e (quindi) politiche, che detengono potere e ricchezza reali, e che, nonostante siano un'esigua minoranza, determinano le linee guida e i destini del mondo, condividendo piena consapevolezza dei propri privilegi e del proprio status, in una forma di solidarietà radicale che rappresenta la versione del XXI secolo della coscienza di classe. In questo schema non trova più posto la borghesia come classe sociale e visione del mondo, improntata ai valori di un moderato conservatorismo, primato della morale e del benessere economico, stabilità sociale e senso comune. La borghesia sta alla modernità come il precariato sta al post-moderno, con il suo bagaglio di inquietudini, insoddisfazioni, irrequietezze e disagi, a malapena anestetizzati dai surrogati di benessere che il mondo dei consumi offre come briciole che cadono dalla tavola dei padroni. Brandelli e sopravvivenze di ideologia borghese si osservano solo in certi ambienti culturali di regime, che tuttavia sono agonizzanti e ormai ininfluenti, come quegli stessi ambienti che ne sono ossessionati fino alla patologia. Entrambi sono pensiero morto, anacronistico e miope. La condanna, l'irrisione, l'agitare lo spauracchio della borghesia sono un vilipendio di cadavere.




"Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati

"Il deserto dei tartari" è l’opera più rappresentativa di Dino Buzzati.

Trattasi di un romanzo che non ha bisogno di presentazioni, è la storia dell'eterna attesa e della snervante speranza.

Ai confini del mondo, in una frontiera lontana, in una guarnigione di un impero imprecisato che presidia una fortezza dimenticata dal tempo.

Dove nessuno fa niente, nessuno agisce, tutto procede con la lentezza della contingenza militare, tutti attendono il nemico e si illudono che arrivi. A volte hanno delle folli allucinazioni, preparano piani d'attacco e strategie militari, per abbattere un presunto nemico.

Questa eterna immobilità, questa attesa, questa ripetitività, svuota sogni e speranze e induce Drogo (il protagonista della storia), non ancora trentenne, ad un'esistenza vuota in cui il tempo scorre imperturbabile, le ambizioni vengono atrofizzate e i sogni resteranno sempre nel cassetto.

Una narrazione in un terra immaginaria, ai confini del mondo, con uno scorrere del tempo sospeso in un’attesa lacerante ed oppressiva.

Un capolavoro senza tempo.

"Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita"



                                    OC