L'avaro classico accumula consapevolmente e con una certa coerenza.
C'è poi un'altra figura molto più sfumata, tutti noi conosciamo qualcuno così: è il taccagno che si crede povero, ovvero quella persona che ha, ma che si convince di non avere. Che possiede un buon conto corrente, un buon lavoro o una pensione sicura, magari una rendita, eppure gira per il mondo con la faccia di chi è sull'orlo del baratro. Si priva a volte anche di beni essenziali, compra a rate ciò che potrebbe pagare in contanti, quasi per godere della sensazione del debito, che conferma e alimenta il suo racconto interiore del "non ce la faccio".
Tali soggetti percepiscono la realtà in maniera falsificata. Il taccagno che si crede povero se ammettesse di avere, dovrebbe anche ammettere di poter dare, di poter spendere, di non avere più la scusa. La scusa è il punto.
L'indigenza simulata, o meglio, percepita, esonera. Chi non arriva a fine mese non può essere generoso, non può offrire il caffè, non può partecipare alla cena, non può donare, non può aiutare. La povertà autoimposta è un'armatura contro il mondo. È il modo in cui certe persone si sottraggono alla relazione, alla reciprocità.
La privazione volontaria a volte è anche una sorta di autopunizione. Certi uomini si infliggono una miseria simbolica per appartenenza. Comprano a rate non perché non possano fare altrimenti, ma perché la rata è l' appartenenza al mondo dei "normali che faticano". La sofferenza piccola e autogestita è preferibile alla libertà, che li spaventa.
E poi c'è la dimensione di quell'identità costruita intorno alla lamentela. "Non arrivo a fine mese" è un ruolo sociale. È il modo in cui certe persone si presentano al mondo, si inseriscono nella conversazione.
Ed è una offesa verso chi, e sono tantissimi, a fine mese non ci arrivano veramente.
Seneca diceva che l'avarizia non ha nulla a che fare con quanto si possiede. È uno stato dell'anima.
La vera povertà di queste persone non è economica. È immaginativa. Non riescono a immaginare se stesse come qualcuno che può. E questa incapacità, non il saldo del conto, è la prigione in cui vivono. Una prigione comodissima, tra l'altro. Con la pensione assicurata.