"Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati

"Il deserto dei tartari" è l’opera più rappresentativa di Dino Buzzati.

Trattasi di un romanzo che non ha bisogno di presentazioni, è la storia dell'eterna attesa e della snervante speranza.

Ai confini del mondo, in una frontiera lontana, in una guarnigione di un impero imprecisato che presidia una fortezza dimenticata dal tempo.

Dove nessuno fa niente, nessuno agisce, tutto procede con la lentezza della contingenza militare, tutti attendono il nemico e si illudono che arrivi. A volte hanno delle folli allucinazioni, preparano piani d'attacco e strategie militari, per abbattere un presunto nemico.

Questa eterna immobilità, questa attesa, questa ripetitività, svuota sogni e speranze e induce Drogo (il protagonista della storia), non ancora trentenne, ad un'esistenza vuota in cui il tempo scorre imperturbabile, le ambizioni vengono atrofizzate e i sogni resteranno sempre nel cassetto.

Una narrazione in un terra immaginaria, ai confini del mondo, con uno scorrere del tempo sospeso in un’attesa lacerante ed oppressiva.

Un capolavoro senza tempo.

"Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita"



                                    OC

La filosofia si può insegnare? - G. Papini

La filosofia non è, come una qualsiasi scienza empirica, una cosa che si può insegnare. Una scienza è composta di fatti certi, di esperienze compiute, e di generalizzazioni provvisorie e chiunque possegga un'intelligenza media e una discreta memoria può impararla. Se dopo non manderà innanzi la scienza e non inventerà nulla di nuovo per lo meno potrà dire di sapere quella scienza e, al bisogno, potrà anche trasmettere ad altri le sue conoscenze. Per la filosofia il caso è diverso. La filosofia non è raccolta di fatti, non è registrazione di cifre, non è semplice insieme di generalizzazioni empiriche. Essa è la forma più alta dell'attività teorica dell'uomo è sforzo personale, è intuizione, creazione. Essa corrisponde, nella direzione intellettuale, a quel ch'è la poesia nella direzione immaginosa e sentimentale. Vale a dire che filosofi si nasce, non si diventa; che soltanto gli uomini di genio che filosofano si possono veramente chiamare filosofi e che c'è, dunque, un estro filosofico come c'è un'ispirazione poetica e un'estasi religiosa.

(…)

Chi s'è mai sognato d'insegnare agli altri a diventar poeti? Se pur ce ne sono stati erano di certo degli sciocchi, che non son riusciti a nulla. Si può insegnar la retorica e la metrica, ma non si può mai dare, a chi non ce l'ha, l'anima poetica. Ora lo stesso si può dire della filosofia, la quale non si può insegnare se non a quelli che son già filosofi nell'anima, che son trasportati da un impulso fortissimo antico alla ricerca concettuale del vero, e costoro, in generale, non hanno gran bisogno di maestri di carne, parlanti da una cattedra, ma vivono in compagnia dei grandi spiriti morti, leggendone e meditandone le opere. E così come è scomparsa, nelle scuole, l'abitudine d'insegnare a far versi latini, così si deve proibire che si pretenda insegnare la filosofia, la quale, per sua natura, vien concessa a quei pochissimi, i quali insegnano a tutto il genere umano per mezzo dei loro libri.

E non si dica che non si tratta d'insegnare a creare filosofie nuove ma conoscere e comprendere quelle passate, sì antiche che recenti. Giacché la filosofia, non essendo una meccanica congerie di conoscenze positive, non può essere, nonché creata, neppur compresa da quelli che non son nati per essa, e anche se costoro imparassero a memoria tutte le formule del maestro, e questo fosse pur un grandissimo filosofo, non diventerebbero spiriti filosofici.



Svendita Italia

Mentre all'ormai tradizionale summit prostitutivo politico economico di Davos discutono di una "nuova fiducia", nello stivale italico proseguono la svendita (d'altronde siamo in periodo di saldi) e lo smantellamento delle eccellenze nostrane. In questi mesi abbiamo assistito, con un governo autodefinito “sovranista”, al proseguimento di quelle politiche iniziate nei primi anni novanta. C’è stata una innegabile accelerazione in questa direzione, mancano pochi anni al compimento delle agende globali e quindi il treno, partito tanto tempo fa, prosegue la sua corsa per arrivare alla stazione 2030.

Ma entriamo nel dettaglio degli ultimi tempi: il settore industriale è ormai in mano ai colossi della delocalizzazione, il settore delle telecomunicazioni è stato svenduto a fondi di investimento (KKR), il settore energetico ceduto in percentuale (moderno piano Mattei per sanare il debito pubblico con la vendita del 4% di Eni), il settore agricolo subisce incentivi alla non coltivazione e/o vendita dei terreni (addirittura con eventuale esproprio) per il foto/agrovoltaico, oltre allo stop alle monoculture per tutto il 2024 e abbiamo anche il settore nazionale delle poste sulla stessa via dei già citati. Che dire inoltre del settore ittico? Sono anni che lo si vede in difficoltà con le strambe politiche dei cravattari di Bruxelles. Dopo aver lasciato proliferare il granchio blu che dalla Puglia è risalito in tutto l'adriatico facendo tabula rasa di gran parte dei molluschi (e non solo) che tutto il mondo ci invidia senza fare assolutamente nulla, il ministro del settore competente ha messo altra carne al fuoco:

1) l'inserimento del granchio blu nelle specie ittiche commercializzabili in Italia per aiutare gli operatori di settore a fronteggiare l'invasione di questa specie, tutto sotto il nome di sostenibilità economica per i pescatori (della serie: non abbiamo intenzione di risolvere il problema, cambiate prodotto se volete lavorare).

2) dopo che per anni la Ue ha imposto limitazioni di ogni sorta (vedi le giornate di pesca decise fuori confine), gli esecutori stanziano 74 milioni di soldi pubblici per la demolizione dei pescherecci datati sotto il nome "protezione ambientale".

Per un paese bagnato per quasi 8000 km di coste, con relative flotte di pescherecci, compiere una manovra del genere è davvero indicativo.

Detto questo, i problemi in Italia rimangono il ritorno al fascismo, l'omotransfobia, l'antisemitismo, il razzismo, la poca vaccinazione, il patriarcato e il pandoro della Ferragni, ce lo dice l'Europa!