Il "tradizionalista" contemporaneo che ciarla di Kali Yuga sui social è un soggetto da osservare.
Lo riconosci subito. Ogni notizia di cronaca è una conferma. Ogni degrado estetico, ogni volgarità televisiva, ogni stupidaggine sui social è una prova ulteriore che siamo nell'era oscura, che la fine è prossima, che il ciclo cosmico sta collassando. Ha sempre la citazione di Evola o Guènon pronta.
Il Kali Yuga nella cosmologia indù è una fase di un ciclo che dura 432.000 anni. Un ciclo che si inserisce in un Mahayuga di 4.320.000 anni, che a sua volta si inserisce in strutture temporali ancora più vaste. Il Kali Yuga è una fase di condensazione, di materializzazione, dove il principio spirituale si oscura, ma che contiene anche la possibilità di una realizzazione accelerata proprio perché le resistenze sono massime.
Il Kali Yuga per il tradizionalista da social è invece la giustificazione cosmica per non agire, per non costruire, per non far nulla, perché "tanto siamo alla fine". È l'alibi metafisico della passività. È l'esatto contrario di qualsiasi tradizione autentica, che ha sempre posto l'accento sull'azione retta hic et nunc, indipendentemente dalle condizioni esterne.
Il Kali Yuga così concepito è comodo. Permette di sentirsi superiori. È la versione intellettuale del nichilismo più banale, travestita da saggezza tradizionale.
Chi ha davvero letto e capito Guénon, Coomaraswamy, Schuon, sa che l'atteggiamento corretto di fronte a un'epoca oscura non è la lamentela continua. È la verticale interiore. È il lavoro su se stessi. È, in certi casi, il silenzio.