L'età dell'indelicatezza

Il nostro tempo può essere visto come l’età dell’indelicatezza e della mancanza di pudore.

Il mondo contemporaneo, ossessionato dal raggiungimento di obiettivi quantitativi nel minor tempo possibile, nella sua smania di trovare in ogni ambito la linea più breve tra due punti, ha ridotto ogni orpello, fregio ed esitazione al rango di spreco. 

Così come le abitazioni decadono a semplici scatole di vetro e cemento e gli oggetti d’uso quotidiano assumono forme scarne ed essenziali per espletare la propria funzione senza alcuna concessione estetica, allo stesso modo, nelle relazioni interpersonali, ogni cortesia, ritrosia, premura o gentilezza sono viste sempre più come manierismi superflui.

Prima d’ora gli individui, più o meno consciamente, applicavano alla propria sfera sociale una ripartizione a cerchi concentrici, esattamente come avviene per le società iniziatiche nelle quali gli affiliati, non godendo di eguale accesso alle informazioni, sono posti a distanze diverse dal nucleo sapienziale secondo il loro livello di appartenenza. 

L’abolizione di questa gradualità di accesso a se stessi e agli altri è cominciata con l’avvento della società di massa e ha subito una brusca esasperazione con la diffusione dei social.

Mentre la distinzione tra intimi, conoscenti abituali, conoscenti occasionali e completi estranei viene a cadere, il proprio e altrui corpo, le proprie e altrui idee e le proprie e altrui emozioni cessano allora di essere spazi sacri e riservati a pochi per diventare non luoghi pubblici, gallerie commerciali e sale d’aspetto dove chiunque può transitare. 

Gli individui pertanto, mentre fingono di essere preoccupati per l’acquisizione e l’utilizzo dei dati sensibili da parte dei colossi tecnologici, sono preda, tanto nella vita concreta quanto in quella digitale, di una coazione a esporre incessantemente ogni loro aspetto, tanto fisico quanto ideologico.

Tutto è gettato in faccia all’altro, dalle predilezioni dei propri apparati gastrointestinali e genitali alle proprie posizioni politiche e religiose, dai dettagli della vita sentimentale alle procedure sanitarie a cui ci si sottopone. 

L’immagine stessa del proprio corpo, sempre più denudato, è sottoposta ad una costante diffusione indiscriminata che permette a chiunque di conoscerne dettagli che, una volta, sarebbero stati noti solo ai più intimi.

Perduto ogni residuale senso dell’inopportuno e assunta a prassi abituale l’intemperanza comunicativa, mantenere qualcosa di sé come inaccessibile ai più è allora visto con sospetto perché, nella società trasparente della sorveglianza tecnologica, il segreto è già di per se stesso un indizio di colpevolezza.



L’intolleranza dei tolleranti

Il paradosso della tolleranza di Popper sostiene che se una società pone come proprio principio la tolleranza, e se lo persegue fino alle estreme conseguenze, finisce per essere soggiogata dagli intolleranti, ossia da coloro che ne negano il principio, ma che in base ad esso reclamano di essere accolti, ossia tollerati, in seno alla società medesima. La soluzione di Popper è appunto che una società tollerante, per la propria sopravvivenza, non deve tollerare gli intolleranti, ossia deve farsi a sua volta intollerante verso chi la minaccia.

Cavalcato ampiamente dai sostenitori di un modello democratico aggressivo e autoritario, che desidera revocare asilo ad ogni posizione critica nei suoi confronti, il paradosso della tolleranza sembra essere cosa ovvia a tutti coloro che ne fanno una forma di legittimazione della propria militanza. Ciò che stupisce è il modo in cui vi si attribuisce un qualche valore esplicativo e giustificatorio che è evidente non possieda, quasi fosse in grado di ripristinare un ordine razionale precario e discutibile confermandolo in modo palese e inappellabile.
Il paradosso della tolleranza afferma in sostanza che per poter essere tolleranti bisogna essere intolleranti. Da ciò si deduce che una società autenticamente tollerante non può esistere, perché per esistere verrebbe meno al principio che la definisce. Di fatto, siccome una società che si dice tollerante esiste, ed è quella che invoca i paradosso della tolleranza per giustificare la propria intolleranza, quella società mente: afferma di essere tollerante ma non lo è; tollera in sostanza solo se stessa e ciò che ritiene non le nuocia, come un qualsiasi altro ordine autoritario.
Se gli argomenti portati sopra vi sembrano desueti e vi mettono a disagio, è perché siete assuefatti a una certa retorica del politicamente corretto. Non vi sarebbe infatti ragione di stupirsi di quella forma di realismo politico che ammette senza troppe fisime che all'origine del patto sociale, l'evento mitico che fonda ogni ordine costituito, vi sia un atto di contenimento e repressione delle forze disgregatrici, ossia un atto violento contro la violenza. Tale crimine o peccato originario, che dir si voglia, è come l'ombra del diritto, che sempre l'accompagna ma che mai vi si identifica, costituendone lo scandalo e il pungolo critico. Il paradosso e il tragico sono all'origine del vivere associato, e ogni società, tranne la nostra, se ne è fatta virilmente carico. Solo l'anima bella della modernità ha rifiutato lo scandalo del patto sociale, per scrollare da sé la responsabilità della violenza, e attribuirla interamente a ogni altro ordine reso così immorale e condannabile.
Quanto scritto sopra esige da noi due considerazioni. Innanzitutto dovrebbe indurci a mettere in discussione giudizi troppo affrettati su civiltà ed epoche che, come la nostra, hanno difeso ciò che ritenevano fondante e permesso quanto non lo metteva in discussione, secondo pilastri che non sono i nostri ma i loro, come è giusto riconoscere se realmente rispettiamo il prossimo e la diversità. Inoltre dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa, nostra o di chiunque altro, di essere immuni dalla tentazione di sopraffazione e repressione che accompagna e accomuna ogni forma di vivere associato. Solo l'ammissione che ogni società è costitutivamente violenta e conservativa permette di disciplinarne, regolarne e contenerne le pulsioni più pericolose e coercitive. Senza vergogna, senza cattiva coscienza. 





L'Occidente può non dirsi cristiano?

L'Occidente non può non dirsi cristiano. L'asserzione è vera non tanto nei termini di una generica adesione religiosa che il dilagante clima di secolarizzazione ampiamente smentisce, quanto piuttosto nel senso secondo cui la millenaria egemonia dottrinale cristiana ha informato, volente e nolente, la forma mentis dell'uomo occidentale, modellandone alla radice la visione, i desideri, le speranze e i timori. Ritroviamo le più elementari urgenze cristiane, rimosse con forza da un presente che se ne vorrebbe libero ed emancipato, riemergere come fenomeni carsici laddove la razionalità si incrina, perché incapace a rendere conto in merito a istanze fondamentali quali il senso e il fine.

Questo accade in maniera particolarmente evidente nel presente, in quanto i timori e le incertezze per la svolta epocale a cui stiamo assistendo alimentano in modo consistente quel senso insanabile di angoscia che opprime l'uomo al presagio di cambiamenti inevitabili e fuori controllo. Ecco il sorgere, dunque, di vecchie e nuove espressioni di apocalittica e messianismo in seno alla razionalissima civiltà delle macchine e della finanza, la quale dimostra così di non aver ancora saldato definitivamente il conto con il proprio residuo umano, di cui vorrebbe sbarazzarsi ma che ne costituisce l'ineludibile fondamento. Il senso di una fine imminente del mondo e l'invocazione del suo Giudizio, che oggi si respirano in più luoghi della cultura e dell'arte, appaiono come l'espressione più evidente di un'inquietudine tutta cristiana, la quale, mai domata, muta forma nel tempo ma sempre rimane la stessa. Sergio Quinzio, il più grande ermeneuta contemporaneo della speranza nell'Apocalisse, mai si stancò di metterci in guardia dalla compagnia di falsi messia e dubbi anticristi. Il significato ultimo dell'attesa cristiana, per il biblista ligure, risiede non tanto nella salvezza e nella redenzione, quanto piuttosto nella consolazione dallo scandalo del male che considera inoltrepassabile. La storia si presenta così come un costante precipitarsi verso la catastrofe finale, da cui Dio salverà un resto: coloro che custodiranno la fede fino alla fine. L'eone cristiano altro non sarebbe che una lotta all'ultimo sangue contro il nulla che avanza, e il senso della militanza cristiana una tragica forma di resistenza su posizioni perdute, in un mondo di rovine spirituali. Ecco dunque che l'apocalittica, come categoria dello spirito prima che come genere letterario, si configura come un ethos eroico: i santi degli ultimi tempi assomiglieranno più all'Arcangelo in cotta di maglia che a quella parodia del santo d'Assisi che tanti consensi raccoglie.

L'uomo odierno, avendo rinunciato a tali orizzonti di forza, fronteggia la propria piccola apocalisse moderna con il modesto armamentario simbolico e ideologico che ha raccattato nelle discariche della pseudo-cultura di cui dispone. Sarà per questo, forse, che prevede la fine imminente. La nostra cultura, infatti, avendo distolto lo sguardo dalla vista del male in ogni sua manifestazione, ha perso la capacità di immaginarlo. Se solo comprendesse quanto ancora possiamo abbassarci, si renderebbe conto di quanto lontano sia il punto d'impatto della caduta. Per quegli uomini di fede o cultura che ancora si sforzano di pensare la fine, il pensiero dell'Apocalisse ha oggi perlopiù due risvolti: la paralisi e il ritiro nel privato. Molti si autoproclamano il biblico resto d'Israele sottratto alla gola del leone, e si preparano ad essere accolti gloriosamente nel Regno. A costoro vorremmo ricordare, a margine di qualsiasi riflessione di ordine teologico, che se il Giudizio ha un senso, è che ogni istante sarà giudicato. Il che è come dire che ogni attimo nasce già giudicato, eternamente. Il Giudizio è ora, prima ancora che alla fine dei tempi. Il senso dell'Apocalisse è dunque la responsabilità, ossia il farsi carico del presente nel presente. Per questo non può esserci inerzia: siamo in guerra fino alla fine, e chi oggi si ritira e non combatte è un disertore.