La regola suprema del diritto – G.Leibniz

La regola suprema del diritto é: ciò che è utile alla comunità questo va fatto. Se non che ciò che, in sè e per sè, sarebbe utile alla comunità, per accidente può essere dannoso, perchè comporta un troppo grande rivolgimento od un’eccessiva fatica.

I beni ed i mali si devono ripartire tra gli uomini in modo che ne nasca il minimo male e il massimo bene comune; allo stesso modo che le piante vanno di preferenza collocate in quel terreno in cui fruttificano di più, e le immondizie nelle località più sterili.

Il bene comune é valutato facendo un’unica somma dei beni dei singoli. Pertanto il massimo bene comune consiste nella massima quantità e grandezza di beni che possano toccare ai singoli. I beni sono o necessari od utili. Dico necessari quei beni che si richiedono perché l’animo possa esser tranquillo; mancando i quali, cioé, noi soffriamo. Gli altri, di cui facilmente facciamo a meno, possono chiamarsi utili. I necessari sono incomparabilmente più importanti che gli utili, e per essi si deve cercare piuttosto che molti ne posseggano a sufficienza, piuttosto che pochi in sovrabbondanza. Gli utili, invece, si deve far si che siano posseduti da pochi soggetti in maniera eminente, piuttosto che da molti in misura mediocre.

In primo luogo si deve far sì che tutti i cittadini siano quanto più possibile soddisfatti e tranquilli nell’animo. (Se trattassi di politica, direi che in primo luogo si deve curare che siano contenti i reggitori, ed i cittadini ben disposti verso lo Stato; e mostrerei che, a questo scopo, occorre far sì che questi ultimi siano soddisfatti. Ma qui tratto della utilità pubblica non in vista dei governanti, bensi per se stessa). L’esser di animo tranquillo é dunque, dicevamo, un bene necessario, senza il quale saremmo infelici.

In secondo luogo si deve far sì che i cittadini tutti siano moderati, capaci cioé di dominare le loro passioni. Diversamente, infatti, non rimarranno contenti a lungo: poiché chi é preda delle passioni, per un nulla può perdere la calma. La moderazione invece fa sì che la tranquillità sia durevole.

In terzo luogo, si deve far sì che tutti i cittadini siano prudenti. Possono bensì gli uomini essere tranquilli e moderati quand’anche non siano prudenti: ma il risultato, allora, dipende dal caso. Invece la prudenza pone la tranquillità futura maggiormente in nostro potere. Parlo qui d'una prudenza quale può trovarsi anche in un villano che curi bene gli affari della propria famiglia.

In quarto luogo, si curi che i cittadini siano animati verso il bene comune dalle migliori disposizioni: che cioé siano buoni, capaci anche di sopportare volentieri un male per evitare che molti altri siano colpiti da completa rovina.

Quinta; che siano pii. Pii chiamo coloro che credono nella provvidenza, e nutrono nel profondo la convinzione che l’ordine universale delle cose sia tale da apportar bene ai buoni (cioé ai bene intenzionati verso il bene comune), e male ai cattivi.

Sesto, che i cittadini amino ed onorino i governanti, che cioè ne riconoscano il valore ed il potere.

Settimo, che siano tra loro amici: amici sono coloro che congiunge un amore palese e vicendevole.

Ottavo, che siano esperti di molte cose: pertanto si dovrà cercare di far sì che le arti tenute segrete dagli stranieri giungano a conoscenza dei nostri.

Nona, che siano ben fatti di corpo, agili ed insieme robusti: quelle cose, infatti, che l’animo ha deliberato, tocca al corpo eseguirle. Quanto ad un piacevole aspetto, molto potere esso ha sull'animo della gente.

Decima, che i cittadini siano esercitati ad ogni virtù dell’animo e del corpo: l’esercizio fa sì che, in caso di bisogno, si possa far pronto assegnamento sulle proprie capacità.

Undicesimo, che dispongano dei mezzi necessari alla vita, poiché la miseria rende gli uomini infelici e malvagi.

Dodicesimo, che tutti dispongano degli strumenti per bene operare, ossia per estrinsecare quelle doti del corpo e dell'animo che possono riuscire utili alla comunità.

Tutti questi precetti possono essere così riassunti: fare in modo che gli uomini siano prudenti, virtuosi e ampiamente dotati di mezzi, ovvero che sappiano, vogliano e possano compiere opere ottime.


Eurasiatismo, una soluzione valida?

Davanti alla prospettiva di una completa americanizzazione sociale, culturale, economica e militare del globo da parte degli Stati Uniti D’America, diventa indispensabile un risveglio di coscienza da parte dei popoli che abitano l’ Europa e l’Asia. Un blocco continentale eurasiatico, libero, unito, pur mantenendo e conservando le singole identità, seguendo l’esempio degli antichi imperi, potrebbe diventare una valida e potente alternativa al fallimentare modello americanocentrico.
 
Il principale ideatore dell’Eurasiatismo moderno è Aleksandr Dugin, il quale ha recuperato l'eurasiatismo russo degli anni ’20, attraverso un profondo studio della geopolitica attuale.
Così come A.Soral, J.Thriart e A. de Benoist, egli considera obsoleta la dicotomia tra sinistra e destra dal momento che ciò che conta oggi è la scelta tra conformismo o resistenza allo scenario citato. Assieme a lui, 
altri nomi come C. Mutti e C. Bouchet sono parte fondamentale dell’idea Eurasiatista.

La Quarta Idea Politica di Dugin travalica i vecchi e obsoleti canoni democratici di destra e sinistra, figli della rivoluzione francese; travalica le vecchie e inesistenti ideologie di comunismo, liberalismo e fascismo.
Siamo nella post-modernita’, il mondo moderno e’ finito e combattere ancora con vecche ideologie e’ nel migliori dei casi utopico oltre che dannoso. Oggi sono solo i grandi spazi che contano e una compattezza politica eurasiatista vorrebbe dire la fine dell’unico vero grande problema attuale: l’usurocrazia finanziaria. Tale compattezza non vuol dire affatto “melting-pot” culturale e sociale o ecumenismo come qualcuno critica, bensì alleanza tra forze Tradizionali per un mondo nel quale il principio fondante non sia l’economia basata sul nulla e il mercato, ma l’essere umano, inteso come essere fatto di spirito, psiche e materia; inteso nella sua piu’ profonda accezione. Se si dimentica ciò si finisce a livelli subumani in cui gli unici principi validi divengono la prevaricazione ed il profitto.
In Dugin vi è una visione metapolitica, spirituale e tradizionale nell’ottica di riportare la sociologia e la politica nella loro vera dimensione: una dimensione trascendente. 
L’ Eurasiatismo è un'alleanza di diverse tradizioni, religioni, culture, che uniti devono costruire un modo diverso di fare economia e politica. L’economia e la politica vengono viste come lo specchio di un mondo superiore, in modo platonico. Solo con un modo trascendentale di pensare è possibile recuperare l'umanità di una società equa, giusta ed equilibrata. 
Se l’uomo riesce a trovare e ristabilire un equilibrio sulla terra, di conseguenza riesce anche a trovare e ristabilire un contatto con il sacro, il trascendente e l’Assoluto; e viceversa. 
Altro aspetto importante è poi la trasversalità del pensiero di Dugin; la proposta di una unione geografica (Eurasia), politica (l'abbandono dei vecchi e datati schemi ottocenteschi di destra-sinistra) e religioso-culturale (l'appello alle forme religiose attuali, per esempio all' Islam iraniano, Siriano o di Hezbollah o al Cristianesimo Ortodosso, i quali in buona parte combattono contro ateismo, modernismo, individualismo e capitalismo), fanno dell'Eurasiatismo una visione interessante per i nostri tempi.
Per diversi tipi di ragioni fascismo e comunismo non sono riusciti a combattere il capitalismo ed il liberalismo occidentale, l’ Eurasiatismo oggi propone un’alterntiva. 

“La quarta teoria politica combatte per la causa di tutte le persone, ma non è fatta per le persone. È una chiamata all'élite intellettuale di tutte le società umane, e rifiuta l'egemonia in tutti i suoi sensi (filosofico, sociale e politico). Questa volta dobbiamo aiutare le persone. "– A. Dugin. 

La Quarta Teoria Politica non è per tutti. Oggi più che mai le masse hanno bisogno di essere indirizzate su strade che perlomeno garantiscano diritti sociali e principi conformi alla natura e allo spirito.
Un società sana dovrebbe distruggere divinità come il denaro, il mercato, il profitto e le false appartenenze come il calcio o la politica partitocratica per cercare di sublimare la massa e farla identificare in qualcosa di superiore, eroico e appagante sia per il singolo che per la collettivita’.
La visione eurasiatista è dunque un appello agli intellettuali, alle elites e ai governi poiché le rivoluzioni sono sempre state fatte da poche persone.

In ottica geopolitica, è evidente che la situazione europea futura dipenderà molto dalle scelte di Russia e Cina e ovviamente dai governanti europei, i quali, una volta per tutte, dovranno decidere se continuare ad essere pedine del sistema atlantista, o pensare agli interessi dei popoli europei e opporsi al mondo demo-liberal capitalista. L’ Iran e la Siria saranno il nodo cruciale di tutta la situazione. 
Per quanto riguarda l’Italia, è uno dei paesi messi peggio. È una colonia americana dal 1945 e tale continua ad essere. Da tempo le banche e il grosso capitale sono scesi direttamente in campo, hanno gettato la maschera e si sono rivelati per quello che sono: usurocrati con un unico dio: Il Profitto.




I conflitti tra religione e scienza - A.Coomaraswamy

I cosiddetti conflitti tra religione e scienza derivano per la maggior parte da reciproca incomprensione dei rispettivi termini e sfere d'azione. Cominciando da queste ultime: l'una si interessa al perché delle cose, l'altra al come; l'una a cose impalpabili, l'altra a cose che possono essere misurate, sia direttamente sia indirettamente. Ma più importante è la questione dei termini. A prima vista, l'idea di una creazione completa "fin dall'inizio" sembra opporsi alla origine -constatata - delle specie in tempi successivi. Ma "en archè", "in principio", non significa soltanto "all'inizio" in senso temporale, bensì anche "in principio", cioè in una sorgente ultima, logicamente più che cronologicamente precedente a tutte le cause seconde, né anteriore né posteriore al supposto inizio del loro operare. Come dice Dante, "né prima né poscia procedette / lo discorrer di Dio sovra quest' acque" ; o, come dice Filone: "In quel tempo, tutte le cose furono presenti in maniera simultanea.... ma lo scrittore fu costretto a esprimersi con passaggi successivi a causa del loro susseguente generarsi l'una dall'altra"; e Behmen: "Si ebbe un inizio senza fine". Come dice Aristotele, "le cose eterne non sono nel tempo". L'esistenza di Dio, perciò, è l' "ora", l'eterno "ora" che separa la durata passata da quella futura ma che durata non è, neppur breve. Perciò, come dice Meister Eckhart, "Dio crea il mondo tutto intero "ora", in questo istante". Inoltre, non passa tempo, neppur breve, senza che ogni cosa sia cambiata; "pánta rei", "tu non puoi bagnare il tuo piede due volte nella stessa acqua". Cosicché, anche secondo Jalalu'd-Din Rumi, "a ogni istante tu muori e resusciti... Maometto ha detto che questo mondo non è che un attimo... A ogni istante il mondo è rinnovato, la vita arriva sempre nuova, come l'acqua del ruscello... L'inizio, che è pensiero, si realizza nell'azione; sappi che in questa guisa fu la costruzione del mondo nell'eternità". A questo punto lo studioso della natura non ha obiezioni da sollevare; egli può certo precisare che il suo interesse si limita all'operare delle cause mediate, senza arrivare a porsi la questione di una causa prima o a domandarsi che cosa sia la vita; ma ciò equivale semplicemente a definire il campo che si è scelto: l' "Ego" è il solo contenuto del "Se stesso" che si possa conoscere oggettivamente, e perciò egli sceglie di considerare soltanto l' "Ego": il suo interesse si limita al comportamento. L'osservazione empirica si svolge sempre su entità che mutano, cioè su entità individuali o gruppi di entità individuali, delle quali – tutti i filosofi ne concordano - non si può dire che "sono" ma solamente che "diventano" e si "evolvono". Il fisiologo, per esempio, prende in esame il corpo; lo psicologo lo spirito o la personalità. Quest' ultimo è perfettamente consapevole che la fissità della personalità è solo un postulato, conveniente e perfino necessario ai fini della pratica, ma intellettualmente insostenibile; e a questo riguardo egli è perfettamente in linea con il buddismo, il quale non cessa di sottolineare che il corpo e l'anima - compositi e mutevoli, e perciò del tutto mortali - "non sono il mio Io" né la Realtà che deve essere conosciuta se vogliamo "diventare ciò che siamo". Anche sant'Agostino lo rileva: chi ha visto che corpo e anima sono entrambi mutevoli è partito alla ricerca di ciò che mutevole non è, e ha finito col trovare Dio, quell'Uno del quale le "Upanishad" affermano: "Quello sei tu". La teologia perciò, coincidendo in questo con l'autologia, prescinde da tutto ciò che è emozionale per considerare soltanto ciò che non cambia: "Mutazione e decadimento in tutto ciò che vedo intorno a me, o Tu che non muti!". La teologia trova l'immutabile in quell'eterno "ora" che sempre separa il passato dal futuro e senza il quale questi due termini accoppiati non avrebbero significato alcuno, così come lo spazio non avrebbe significato se non esistesse il punto che distingue il "qui" dal "là". Istante senza durata, punto senza estensione: ecco la Sezione Aurea, l'inconcepibile Via Stretta che conduce fuori del tempo e introduce nell'eternità, dalla morte all'immortalità. La nostra esperienza della "vita" è un divenire, un'evoluzione: ma "che cosa" si evolve? Evoluzione significa reincarnazione, morte di uno e rinascita di un altro in istantanea continuità; "chi" si reincarna? La metafisica prescinde dalla proposizione animistica di Cartesio: "Cogito ergo sum", per enunciare: "Cogito ergo est"; e alla domanda: "Quid est?", risponde che questa è domanda impropria, perché il suo soggetto non è una entità fra le altre ma la "quiddità" o essenza di queste entità e di tutte quelle che esse non sono. La reincarnazione - intesa comunemente come ritorno di anime individuali in altri corpi qui sulla terra - non è una dottrina indiana ortodossa ma soltanto una credenza popolare. Così, per esempio, come rileva B.C. Law, "è ovvio che un pensatore buddista rifugga dall'idea del passaggio di un "ego" da una incarnazione all'altra". Noi ci allineiamo con Shri Shankaracarya quando afferma: "In verità, all'infuori del Signore, non v'è alcun altro che trasmigri", quel Signore che è trascendentalmente se stesso e nello stesso tempo il Se stesso immanente di tutti gli esseri, senza mai divenire qualcuno Egli stesso. (In appoggio a questa affermazione si potrebbero citare molti testi autorevoli dai "Veda" e dalle "Upanishad".) Quando perciò sentiamo Shri Krishna dire ad Arjuna, e il Buddha ai suoi Mendicanti: "Lunga è la via che abbiamo percorso, e molte sono le nascite che tu e io abbiamo conosciuto", non dobbiamo pensare a una pluralità di essenze ma all'Uomo Universale che è in ciascun uomo; quest'Uomo Universale nella maggior parte degli individui ha perso di vista se stesso, ma nei risvegliati ha raggiunto il termine del cammino, e avendo provato a sufficienza tutto ciò che muta, non è più del tempo, non è più qualcuno, non è più uno cui ci si possa rivolgere chiamandolo per nome. Il Signore è l'unico trasmigrante. Questo sei tu: il vero Uomo in ogni uomo. Così dice Blake: "L'uomo guarda all'albero, all'erba, al pesce, alla bestia, raccogliendo le parti sparpagliate del suo corpo immortale... Dovunque cresce un'erba e spunta una foglia, si scorge, si ode, si percepisce l'Uomo Eterno, con tutte le sue sofferenze, finché egli ritrovi la sua antica beatitudine"; Manikka Vachagar: "Erba, arbusto ero io, bruco, albero, tutto un miscuglio di bestia, uccello, serpente, pietra, uomo, demonio... Nato in ogni specie, Gran Signore! in questo giorno ho meritato la mia liberazione" ; Ovidio:" Lo spirito vaga, gira di qui e di là, e occupa qualunque spazio gli piaccia. Dagli animali passa ai corpi umani, e dai nostri corpi nelle bestie, senza mai esaurirsi"; Taliessin: "Io ero sotto molte forme diverse prima che fossi disincantato: ero l'eroe in difficoltà, sono vecchio e sono giovane ";Empedocle:" Prima d'ora io sono nato ragazzo e fanciulla, cespuglio e uccello, e pesce muto che guizza fuori del mare";

Jalalu'd-Din Rumi: "Dapprima egli venne dal regno dell'inorganico, dimorò per lunghi anni nello stato vegetale, passò alla condizione animale, poi di qui all'umanità: da questa, resta da compiere ancora un'altra migrazione"; "Aitareya Aranyaka": "Colui che sempre più chiaramente conosce l'Io è sempre più manifestato. In tutte le piante e alberi e animali che esistono egli ravvisa l'Io sempre più chiaramente manifestato. Nelle piante e negli alberi infatti, si vede soltanto il plasma, ma negli animali si ravvisa l'intelligenza. In essi l'Io si fa sempre più evidente. Nell'uomo, poi, l'Io è ancor più evidente perché egli è più dotato di previdenza, esprime ciò di cui è venuto a conoscenza, vede ciò di cui è venuto a conoscenza, egli conosce il domani, sa che cosa è e che cosa non è mondano, e attraverso il mortale persegue l'immortale. Quanto agli altri, cioè agli animali, fame e sete sono il grado della loro discriminazione".

Riassumendo con le parole di Faridu'd-Din 'Attar: "Pellegrino pellegrinaggio e strada, altro non era il mio Io verso Me stesso". Questa è la dottrina tradizionale della "reincarnazione", non nel senso popolare e animistico, ma intesa come trasmigrazione ed evoluzione della "Natura sempre feconda"; un simile concetto di trasmigrazione non è affatto in conflitto né esclude la realtà del processo di evoluzione quale è previsto dai moderni studiosi della natura. Al contrario, è precisamente la conclusione cui perviene per esempio Erwin Schrödinger nelle sue indagini sull'ereditarietà. Nel capitolo conclusivo, "Determinismo e volontà libera", del suo libro "What is life?" egli afferma: "La sola conclusione possibile... è che Io nel significato più vasto del termine - cioè intendendo con 'Io ogni spirito consapevole che non abbia mai detto o sentito 'Io' – sono la persona, se questa esiste, che controlla 'il movimento degli atomi 'conforme alle Leggi della Natura... 'Coscienza' è parola singolare, della quale non si conosce il plurale". Lo Schrödinger sa perfettamente che questa è la concezione enunciata nelle "Upanishad", e più succintamente nelle formule: "Quello sei tu... all'infuori del Quale non è altri che vada, oda, pensi o agisca". Cito lo Schrödinger non perché io ritengo che la verità delle dottrine tradizionali possa essere provata con metodi di laboratorio, ma perché la sua posizione illustra molto bene il punto principale della mia esposizione, cioè che tra scienza e religione non esiste conflitto inevitabile ma solo la possibilità di confondere i campi rispettivi; trovo inoltre la conferma che per l'uomo che ha realizzato l'integrazione dell' "Ego" con il Sé non esiste barriera insormontabile tra il campo della scienza e quello della religione. Lo scienziato che studia la natura e il metafisico possono coesistere nella stessa persona, senza bisogno di tradire da una parte l'obiettività scientifica e dall'altra i principi.


Tratto da “Sapienza orientale e cultura occidentale” di Ananda K. Coomaraswamy (Edizioni Lindau)