Cavalcare la tigre di Julius Evola

“Cavalcare la tigre” uscì nel 1961 ma in realtà venne concepito e iniziato ad essere redatto circa dieci anni prima.

Per inquadrare il quadro storico di quegli anni, occorre fare velocemente un passo indietro. Evola, scampato all’incidente di Vienna nel gennaio del 1945, resta paralizzato agli arti inferiori e appena rientrato in Italia, non solo trova mutato il clima politico ma avverte immediatamente, dopo aver compreso gli scenari ormai imperanti, l’esigenza di rivolgersi, a chi chiedeva conforto o appoggio dottrinario, di realizzare un opuscolo dal titolo “Orientamenti” in cui, in modo succinto ma pienamente esaustivo, esponeva alcuni indirizzi per sopravvivere e mantenersi “in piedi in un mondo di rovine”. Rovine materiali, ereditate dalla fine della seconda guerra mondiale, ma anche e soprattutto spirituali. Uno scenario apocalittico che inaugurava l’avvento della Guerra Fredda ed il pericolo nucleare sullo sfondo. Per i pochi che non si riconoscevano nella modernità realizzò appunto “Orientamenti” che altro non era che il seme da cui avrebbe preso forma una sorta di aiuto per le giovani generazioni. Per esse, il tradizionalista, scrisse due libri. Rivolti a due categorie differenti di uomini o per meglio dire a due categorie di uomini che avevano, nei confronti della modernità, un approccio differente. Il primo libro era appunto “Gli uomini e le rovine” (1953), testo che era una esposizione di punti fermi a cui aderire, per una correzione della società, e rivolta a chi aveva voglia di intraprendere una causa politica attiva. Nonostante avesse ammonito che nulla poteva essere cambiato, Evola volle comunque dare queste indicazioni. Nello stesso periodo, vide la luce anche il testo gemello che però venne pubblicato solo 8 anni dopo. Appunto nel 1961. “Cavalcare la tigre”, il "libro per tutti o per nessuno", era pensato invece per chi voleva confrontarsi e tuffarsi nel mondo moderno. Prendendo spunto da un detto orientale, il filosofo romano realizzò un libro affascinante, che diede adito negli anni successivi a tante incomprensioni. Perché? Perché Evola, pienamente consapevole che gli eventi storici, il nichilismo del nostro mondo, la decadenza, non poteva essere “ribaltata” indicò una strada differente. Una strada irta di innumerevoli pericoli: superare il nichilismo usando lo stesso nichilismo. “Cavalcare la tigre” non era solo un libro di formazione ma un manuale pratico per il cosiddetto “uomo differenziato”. L’uomo che viveva in un’epoca non sua ma di cui non poteva distaccarsi o farne a meno. Era un libro che dava l’opportunità, all’uomo della Tradizione, di coltivare il distacco interno dal mondo usando il mondo stesso. Attraversando il nulla, restando sé stessi ed anche più fortificati. Come un’asceta che non si piega, uno stoico fuori tempo.

“Cavalcare la tigre” era, ed è ancora oggi, un manuale di sopravvivenza, un aiuto per l’uomo a-politico. Ma non a-politico perché sprovvisto di una visione politica ma a-politico perché la propria visione dell’esistenza tendeva al sacro in un mondo “dove Dio è morto”, dove il sacro è sepolto dalle scorie della secolarizzazione, del progresso e dell’utilitarismo. Una visione metapolitica, alta e nobile, improntata alla Tradizione perenne ed immutabile. Un manuale per chi non potrà modificare il contingente ma che userà il contingente, come il motto orientale suggerisce, per sopravvivere. Un manuale per colui il quale non crede più in nulla perché quello in cui crede appartiene ad un mondo differente. Se il mondo moderno è la tigre, la tigre non si può sconfiggere. Si può solo assecondare i suoi movimenti, assecondare la sua forza distruttiva e feroce restando in groppa. Tenendo duro cercando di non essere sbalzati via, disarcionati. E sperare, quando sarà stanca, quando avrà esaurito tutta la sua furia, di poter scendere e darle il colpo di grazia. Una resistenza eroica, aristocratica e solitaria per un nichilismo attivo.

Un libro che ebbe fin da subito e lo ha ancora tuttora, un fascino ineguagliabile. Un’opera scritta in piena decadenza che non si oppone ad essa ma che anzi caldeggia e asseconda i processi dissolutivi fino al raggiungimento del punto zero. Così da poter poi, per chi dovesse riuscire, risalire la china dell’epoca nichilista.

“Cavalcare la tigre” resta, allora come oggi, un testo difficile e disperato, che ha dato adito ad interpretazioni fuorvianti anche all’interno dello stesso ambiente a cui questa opera si rivolgeva. Ma resta in ogni caso un documento insuperabile per resistere ad una tigre che corre sempre più veloce verso il nulla. Una medicina amara ma indispensabile per preservarsi e superarsi. Un libro forse davvero per nessuno, di chiara impronta alchemica, che indica la dissoluzione ed il perdersi come strade necessarie per ricomporsi, fortificarsi e ritrovarsi.


Prince Rupert