In Italia esiste una categoria di persone che
tecnicamente studia da vent'anni. Cambiano facoltà, cambiano città, accumulano
esami su esami. A quarant'anni hanno ancora "qualche esame da dare".
Non stanno studiando. Stanno procrastinando la vita.
Funziona così, i genitori vogliono il figlio laureato, la società premia il
titolo e disprezza il mestiere, e così interi decenni vengono sacrificati
sull'altare di una laurea che non si vuole davvero, in qualcosa che magari non
si userà mai.
Nel frattempo, chi decide di fare l'elettricista, il falegname, il parrucchiere
viene guardato con commiserazione. "Peccato, poteva studiare." Come
se costruire qualcosa con le mani fosse una sconfitta.
In questo scenario la manovalanza è quasi interamente straniera. Gli italiani
preferiscono laurearsi in scienze delle patatine piuttosto che stuccare un
muro.
Università usate come scudo contro le decisioni. Come modo per dire ai genitori
"sto ancora studiando" invece di dire la verità, ovvero che non si sa
cosa si cerca realmente in questa società fallace. Nessuno insegna che non
saperlo, fermarsi e riflettere seriamente è più onesto di fingere per anni.
Una società che disprezza il lavoro manuale e venera aprioristicamente il
titolo accademico, non sta investendo nella cultura. Sta finanziando la
procrastinazione di massa.
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