"Una primavera troppo lunga" di Y.Mishima

Brillante romanzo d’amore giovanile finora inedito in italiano e quasi sconosciuto all'estero, "Una primavera troppo lunga" uscì per la prima volta in Giappone nel 1956.

Divenne immediatamente un bestseller e fu adattato al cinema l’anno successivo.

Mishima aveva cominciato a pubblicarlo a puntate su una rivista popolare a gennaio del 1956, proprio mentre su una rivista letteraria iniziava la serializzazione de "Il padiglione d’oro", uno dei suoi lavori più rappresentativi.

Serio e impegnato il secondo, è invece lieve e ironico il primo, che appartiene a un filone di opere in cui, secondo il noto critico e amico di Mishima Donald Keene, il grande scrittore riversò aspetti del suo carattere che trovavano poco spazio nella sua produzione seria, come l’umorismo e il gusto per la caricatura.

Anche in quest’opera più leggera, l’arte del grande scrittore è riconoscibile nella splendida costruzione dell’intreccio, nella profondità dei personaggi resa con pochi tocchi sapienti, nei temi a lui cari che non rinuncia a trattare, nella sua visione dell’uomo e del mondo raccontata, in questo caso, con spirito e disincanto.

"Una primavera troppo lunga", Per gli amanti del Mishima più "leggero".

                                                                                OC

Chi sono i “rivoluzionari”?

Le rivoluzioni - tanto sociali, politiche, che militari - ossia i cambiamenti radicali di status quo, tendenza o equilibrio tra parti, non sono mai fenomeni spontanei, nè si esauriscono nel visibile. Sono piuttosto l'epifenomeno del lungo lavorio di processi carsici che affiorano e si compiono nella svolta rivoluzionaria; il cambiamento non è l'esito di tale svolta, bensì la sua causa. Nulla cambia che dietro le grandi rivoluzioni vi sia la regia di élite in ombra che organizzano le masse simulando la spontaneità del fenomeno rivoluzionario: senza un'adeguata base di consenso diffuso e distribuito nessun cambiamento può essere realizzato e stabilizzato. La base di ogni reale cambiamento politico e sociale è null'altro che un cambio di paradigma culturale condiviso. Questo è il motivo per cui le armi più potenti che esistano nell'epoca della società di massa sono quelle intese a generare il consenso, ossia l'educazione, l'informazione e la propaganda. Il sistema contiene il momento rivoluzionario al suo interno come atto di fondazione e affermazione di un ordine che, in realtà, è già predisposto prima di tale atto e di tale affermazione. In altre parole, prima che si manifesti concretamente, il cambiamento è già avvenuto; prima del varo, la nave è già stata costruita. La rivoluzione politica e sociale sancisce la rivoluzione culturale, ossia il cambio di paradigma; mai il contrario. La prima non ha alcun potere sulla seconda: senza un cambio di paradigma qualsiasi preteso evento rivoluzionario non fa che perpetuare il medesimo. Chi pretende di cambiare il sistema mediante una rivoluzione sociale, politica o militare non comprende che questi momenti sono strutturalmente pre-posti e pre-determinati dal sistema stesso. In cerca di risposte, dopo esserci chiesti quale sia l'azione efficace, ora vale la pena chiedersi anche chi sia il soggetto plausibile di tale agire.




Siete fuori dal "sistema"?

Uno dei grandi tranelli del cosiddetto "sistema" è far credere, a colui che considera se stesso un "ribelle" o un "antagonista", che il sistema sia un corpo estraneo, qualcosa che si può accogliere o rifiutare, un nemico esterno a cui è possibile dichiarar guerra, che si può vincere o a cui si può soccombere. Un sistema è, per definizione, un insieme organico di parti, raccolte intorno a un principio organizzatore che le trascende, e che sono ad esso interconnesse costitutivamente e in maniera strutturale. Tutto ciò che è interno al sistema è parte del sistema e ad esso organico, compreso il rifiuto e l'antagonismo al sistema stesso. Se state leggendo queste righe e vi considerate fuori dal sistema, sappiate che il sistema ha prodotto il vostro rifiuto, lo ha previsto e calcolato, lo ha incoraggiato in una certa misura perché funzionale, lo tollera finché può digerirlo, e se in qualche modo esso diventa tossico, lo gestisce nel modo in cui l'organismo gestisce le proprie cellule malate o difettive. In generale è corretto affermare che il sistema produce il rifiuto e l'opposizione al sistema come strumenti della sua perpetuazione, e quando essi non sono più utili all'equilibrio dell'organismo, li annienta semplicemente sospendendo i lori legami strutturali con il sistema stesso, perchè essi non sono nulla e non hanno alcun significato se non come parti organiche al sistema. Il sistema è un circuito ermeneutico completo, che raccoglie e ricomprende ogni proprio momento, compreso quello negativo. Questo è il motivo per cui ogni velleità romantica di lotta e opposizione frontale al sistema è pia illusione. Ignora la propria funzione di momento organico al sistema medesimo, e il suo destino segnato dalla natura delle cose. È tempo di lasciare all'adolescenza i sogni romantici, e abbracciare il distacco e il realismo dell'età matura. A partire da questi presupposti è possibile immaginare forme e strategie di azione efficace.




Il denaro come fine – M.Fini

 «Mai un oggetto il quale debba il suo valore esclusivamente alla propria qualità di mezzo, alla sua convertibilità in valori più definitivi, ha raggiunto così radicalmente e senza riserve una simile assolutezza psicologica di valore diventando un fine» (G. Simmel, Filosofie del denaro).


La capacità del denaro di crescere come un tumore sul corpo che gli ha dato vita sino a invaderlo completamente, soffocarlo e distruggerlo, deriva dalla sua natura squisitamente tautologica, dalla sua attitudine ad autoalimentarsi, diventando così un fine, un fine ultimo, un fine che non ha altri fini al di fuori di se stesso. E poiché il denaro è un sacco vuoto, un puro Nulla, il suo fine non ha mai fine, si pone in un futuro irraggiungibile, trascinando con sé, in questa corsa verso il niente, l'uomo.

La tautologia è particolarmente evidente nel meccanismo finanziario, nel denaro che compra denaro. «Il denaro finanziario» scrive Bazelon, «non è denaro da spendere. Con esso non si compra mai nulla; serve a guadagnare altro denaro. E quando poi si è in pieno movimento, non si compra nulla nemmeno col denaro guadagnato sul denaro adoperato per guadagnarlo, e così via».

Ma anche l'intero circuito creditizio sta assumendo questo andamento tautologico. Crediti enormi divenuti inesigibili vengono pagati sempre più spesso aprendo altre linee di credito al debitore. Cioè il creditore paga il debitore perché lo paghi. Soddisfa la promessa di pagamento di cui è detentore con un'altra. Questo sistema iniziò, forse, almeno ad alto livello, dopo la prima guerra mondiale: gli Stati Uniti per consentire agli europei di pagare gli interessi dei rilevanti debiti che avevano contratto con loro gli facevano dei prestiti, cioè aprivano altri crediti. Ma a quel tempo un tale circolo vizioso era ancora l'eccezione. Oggi è la regola. I circuiti deficitari internazionali, come li chiamano gli economisti, sono innumerevoli.

(…)

Se dal punto di vista individuale è un credito, verso il sistema, considerato globalmente il denaro, metafora della modernità, è un colossale debito che abbiamo accumulato col futuro. È grazie a questo debito che abbiamo potuto anticipare, intensificare e allargare al massimo produzione e consumi dilapidando in tempi rapidissimi risorse naturali immense. Abbiamo vampirizzato e ipotecato il futuro come se fosse qualcosa di reale, di concreto, un bene immobile di nostra proprietà.

La rapina nei confronti del futuro ha via via assunto ritmi sempre più precipitosi perché la velocità è insita nel meccanismo del denaro e perché, essendo un'illusione, per continuare a esistere, il denaro ha bisogno, come nella catena di Sant'Antonio, di conquistare sempre nuovi entusiasti, di rafforzare la fede dei credenti e di convertire, con le buone o le cattive, i miscredenti.

La velocità di circolazione e la moltiplicazione del denaro, diventate parossistiche, sono state favorite dalla sua progressiva smaterializzazione e dalla fine dell'aggancio all'oro. È vero che anche l'oro, in quanto denaro, era una convenzione basata sulla fiducia, non diversamente dagli impulsi elettronici rimandati dal computer che oggi tengono luogo di moneta. Ma, a differenza di questi, la sua produzione fisica era limitata. Sganciandosi dall'oro «il sistema ha disattivato il proprio dispositivo di sicurezza». È come una mongolfiera che, liberata dell'intera zavorra, sale a velocità vertiginosa verso l'alto, ormai fuori da ogni controllo. Ma in questa stratosferica ascesa del denaro c'è anche il presupposto della sua fine.

Tratto da: “Il denaro sterco del demonio” di M.Fini (ed Marsilio)



Tendenza anarchica dell'individualismo moderno

Il riferimento in un nostro recente articolo a una presunta tendenza anarchica nel modello individualistico moderno ha suscitato qualche perplessità e merita perciò di essere chiarito. In senso generale e prima di qualsiasi elaborazione politica che tenti di renderla realizzabile nel concreto, possiamo definire anarchica qualsiasi tendenza al rifiuto e alla soppressione della presenza di un'autorità costituita e di un modello politico e sociale strutturato in modo centralizzato e verticale. In sostanza, è tendenzialmente anarchica qualsiasi istanza libertaria radicale, dove il concetto di libertà è identificato con l'assenza di vincoli esteriori, obblighi, doveri, gerarchie, sovrani e padroni. Da questo punto di vista, il rifiuto delle strutture sociali e politiche tradizionali da parte della modernità, che sfocia nelle varie declinazioni della dottrina liberale, tradisce chiaramente una tendenza anarchica, seppure poi questa sia stata mediata storicamente in varie formulazioni di una teoria politica e sociale volta a salvaguardare non un'idea radicale di libertà negativa - totale assenza di autorità e centralizzazione di potere - bensì la maggior quantità possibile di assenza di vincoli compatibile con il vivere associato. Qui la modernità vive il suo più grande paradosso, ossia il fatto che la società liberale si sia nel tempo dimostrata costitutivamente e strutturalmente illiberale. Per cercare di renderne conto, sarebbe necessario meditare gli aspetti paradossali dell'idea di libertà astratta alla radice del pensiero liberale, ma non è questo il punto della riflessione odierna. Ciò che qui preme sottolineare è che alla radice della modernità si riscontra un originario rifiuto del modello tradizionale di gestione e distribuzione del potere politico, legato all'istanza di affermazione e protezione dell'individuo, le cui prerogative sono considerate prioritarie rispetto ai vincoli comunitari, sociali e gerarchici premoderni. Da questo punto di vista individualismo è anarchismo, seppure nella società liberale tale anelito abortisca nelle forme di un nuovo e più raffinato autoritarismo. Rimane infine da notare che il rifiuto dell'ordine costituito è un momento indispensabile di qualsiasi processo rivoluzionario. Vi è un momento anarchico in qualsiasi moto volto al cambiamento, che sarà poi superato nell'edificazione di un nuovo ordine. La rivoluzione conservatrice ha espresso la romantica figura dell'anarchico di destra, ossia di colui che rifiuta l'ordine nato dalla dissoluzione per completare la rivoluzione - intesa in senso proprio, come movimento circolare - ed edificare un nuovo mondo fondato tuttavia su principi permanenti e incorruttibili. Tale figura può anche arrestarsi allo stadio del rivoluzionario permanente, a sua volta incarnazione di una espressione positiva della tendenza anarchico-conservatrice. Egli è colui che constatando l'impossibilità del compimento rivoluzionario, vive una forma di esistenza militante e mobilitata, radicalmente oppositiva, seppure consapevole dell'impossibilità della vittoria sul campo, concependo tuttavia la propria missione esistenziale con il mantenimento di posizioni perdute, quale forma eroica di un'etica residuale e in funzione di sentinella e testimone nel luogo della catastrofe.


Il satanismo razionalista

Il cosiddetto "satanismo razionalista" sarebbe, secondo gli antropologi culturali e i sociologi delle religioni, la forma più moderna ed evoluta del culto devoluto a Satana, l'entità considerata maligna e ribelle dal cristianesimo, e rivalutata, reinterpretata o presa a modello da una serie di esperienze occultistiche, settarie o pseudospiritualistiche emerse sin dai primi secoli cristiani. Le varie espressioni del satanismo, a prescindere dal modo in cui interpretano la figura di Satana, hanno tutte come tratto comune ed unificante un radicale rifiuto del cristianesimo. Che concordino nella visione cristiana di Satana, e pertanto sfocino nel puro culto del male con forme di ritualismo parodistico, o considerino Satana una figura positiva da contrapporre al demiurgo della gnosi cristiana o al Dio dispotico e crudele dell'Antico Testamento, l'elemento caratterizzante è la contrapposizione alla tradizione e alla sua dogmatica. Il "satanismo razionalista" altro non sarebbe che una versione emancipata e disincatata di questa istanza anticristiana e antitradizionale, che prenderebbe Satana come simbolo di ribellione all'autorità e al dispotismo del passato, per farne modello dello sviluppo del potenziale individuale, rigorosamente da perseguire in autonomia e in contrapposizione ad ogni ordine costituito. Ogni uomo deve così eleggersi a norma e signore di sé, seguendo la propria luce interiore e divenendo artefice del proprio destino, senza ricorrere a giustificazioni nella trascendenza o nel divino. La realtà è quella tangibile; la morale va definita individualmente (più o meno in accordo con la società in cui si vive, a seconda dei gusti); l'organo di conoscenza è la ragione; la forma di conoscenza è essenzialmente la scienza moderna; l'arte è da considerare pura espressione della propria individualità e del proprio gusto personale. In generale il satanismo viene considerata una via di liberazione dai tabù sociali e storici, dai vincoli individuali autoimposti o ricevuti per educazione, da tutto ciò che limita l'individuo nello sviluppo della propria personalità, potenzialità, ricerca di piacere e realizzazione. In sostanza il "satanismo razionalista", sviluppato pienamente nella sua istanza razionale, ossia purgato da residui mitologici, simbolici e romantici, altro non è che il modello dell'individualismo moderno, con tutti i suoi corollari di ateismo, scientismo, materialismo, anarchismo e superomismo velleitario. Resterebbe da chiedersi chi dei due mente camuffandosi per l'altro, se Satana o la modernità, o se non siano semplicemente uno lo specchio dell'altro. Da sottolineare che questo orizzonte ideologico, essendo un fenomeno moderno, è già passato. Il "satanismo razionalista" è un fenomeno da boomer o, tutt'al più, da trentenni annoiati. È un residuo di conservatorismo che ignora come il mondo attuale sia molto più avanzato nella dissoluzione nelle sue manifestazioni odierne considerate normali. La postmodernità ci mostra un volto satanico decisamente più inquietante e sorprendente, diremmo stimolante nella sua repellenza. Vale la pena ritornarci.




Comprendere la situazione internazionale

 

A prescindere da eventuali simpatie o odi viscerali per Russia o Israele, a parere nostro non è possibile comprendere l'attuale situazione internazionale, né tantomeno tentarne una valutazione il più razionale e oggettiva possibile, senza tener presenti alcuni concetti fondamentali.

1. A prescindere dagli aspetti regionali e contingenti, quello che si viene delineando è uno scontro tra coloro che sostengono l'egemonia dell'Occidente, tanto a livello politico che economico, e coloro che rivendicano una via autonoma e indipendente, rifiutando sudditanza e sottomissione. In altre parole: unipolarismo vs multipolarismo. Nessuno dei soggetti implicati, infatti, rivendica credibilmente per sé e per la propria cultura/civiltà - se ci si attiene almeno a ciò che viene dichiarato - il ruolo che l'Occidente a guida americana ritiene esplicitamente gli spetti.

2. Lo scontro non è una lotta di civiltà, ma eventualmente per il diritto alla civiltà, ossia tra chi nega che l'altro e la propria cultura abbiano il diritto di esistere così come essi sono - questo è il senso della cosiddetta esportazione della democrazia e dei diritti - e coloro che invece reclamano il diritto alla propria identità, autodeterminazione storica e realizzazione indipendente del proprio potenziale di sviluppo.

3. In questo contesto il fanatismo nazionalista, il fondamentalismo religioso e varie espressioni di xenofobia e razzismo sono arruolati alla causa unipolare perchè nella loro irrazionabilità sono facilmente manipolabili con l'illusione di obbiettivi particolari o breve termine conformi alla propria causa, ma funzionali però al disegno d'insieme che ne è di fatto l'esatto opposto. Questo spiega quel fenomeno solo apparentemente paradossale per cui chi sostiene la fine delle identità religiose, etniche e nazionali possa servirsi di eserciti ultranazionalisti e organizzazioni fondamentaliste per una causa quale la globalizzazione e il mondialismo. Fermarsi al piano di queste rivendicazioni locali non restituisce il quadro d'insieme: Stati Uniti ed Unione Europea non sosterranno mai l'indipendenza e la sovranità di nessun popolo e di nessuna nazione, se non in funzione della sconfitta di un nemico che considera più pericoloso, salvo poi disfarsene e rinnegarli quando l'obbiettivo è raggiunto.

4. Gli attori, le scene e i teatri locali vanno dunque interpretati nel contesto della regia globale e non isolati: la tecnica della propaganda è proprio quella di smembrare il quadro d'insieme per far risaltare i singoli atti del dramma, i quali possono avere nel contesto un significato - e di conseguenza un portato emotivo - completamente opposto rispetto al quadro generale.

5. L'esito dello scontro, nel quadro generale, è di fatto vitale solo per l'Occidente. Il fronte multipolare è infatti irriducibile a un'unica identità, cultura e formazione politica. In sintesi, il disegno multipolare andrà avanti anche se la Russia, l'Iran o la Cina saranno sconfitti. Viceversa l'Occidente unipolare, quando cadrà, cadrà tutto intero e in modo irreversibile. La gravità del rischio e la portata della posta in gioco dovrebbe aiutare a comprendere quanto l'Occidente sia disposto a sacrificare in termini di costi materiali e di vite umane, per tentare di preservare la propria sopravvivenza.