La sprofessionalizzazione della medicina - I.Illich

Inseguendo l'ideale della scienza applicata, la professione medica ha in gran parte cessato di perseguire gli obiettivi propri di un sodalizio artigiano che mette a frutto la tradizione, l'esperienza pratica, la dottrina e l'intuito, e ha finito per svolgere un ruolo che una volta era riservato al clero, usando i principi scientifici a mo' di teologia e i tecnici a mo' di accoliti. Come impresa, la medicina si occupa ormai non tanto dell'arte empirica di guarire il malato curabile, quanto della ricerca razionalistica diretta a salvare l'umanità dall'assalto del male, dai ceppi della menomazione e addirittura dalla necessità di morire.

Trasformandosi da arte in scienza, il corpo medico ha perso i suoi caratteri di una associazione di artigiani che applicano a beneficio di malati in carne e ossa le regole fissate per guidare i membri del mestiere. E' diventato un apparato ortodosso di amministratori burocratici che applicano principi e metodi scientifici a serie di 'casi' medici.

In altri termini, la clinica è ormai un laboratorio.

Pretendendo di saper prevedere gli esiti senza considerare la prestazione umana di chi deve guarire e la sua integrazione col proprio gruppo sociale, il medico contemporaneo ha assunto la tipica posa del ciarlatano d'una volta.

Come membro della professione il singolo medico è un elemento inscindibile di una squadra scientifica. La sperimentazione è il metodo della scienza, e lo schedario che egli tiene fa parte, gli piaccia o no, del corredo di dati di un'impresa scientifica. Ogni cura non è che la ripetizione di un esperimento, che ha una probabilità di successo definita statisticamente.

Come in ogni operazione che costituisca una vera applicazione scientifica, l'insuccesso è attribuito a qualche specie di ignoranza: insufficiente conoscenza delle leggi che valgono nella situazione particolare, difetto di competenza personale da parte dello sperimentatore nell'attuazione dei metodi e dei principi, o ancora sua incapacità di padroneggiare quella variante sfuggente che è il paziente. Ovviamente, in un'attività medica di questo genere, quanto meglio si domina il paziente tanto più sarà prevedibile l'esito. E quanto più l'esito sarà prevedibile in riferimento a un'intera popolazione, tanto più si dimostrerà efficace l'organizzazione.

I tecnocrati della medicina tendono a promuovere gli interessi della scienza, non a favorire i bisogni della società. I medici curanti nel loro insieme sono una burocrazia adibita alla ricerca. La loro responsabilità primaria è verso la scienza in astratto o, nebulosamente, verso la loro professione. La loro responsabilità personale per il cliente particolare è stata riassorbita in un vago senso di potere che si estende a tutti i compiti e a tutti i clienti di tutti i colleghi.

La scienza medica applicata dagli scienziati della medicina fornisce il trattamento corretto, e non importa se ne risulterà la guarigione o subentrerà la morte o non ci sarà alcuna reazione da parte del paziente: quel trattamento è legittimato da tabelle statistiche, le quali prevedono con una precisa frequenza tutti e tre gli esiti.

Nel caso concreto il singolo medico potrà ancora ricordarsi che se ha avuto un buon risultato nell'applicazione della sua arte, deve alla natura e al paziente altrettanta gratitudine quanta il paziente ne deve a lui. Ma solo un alto grado di assuefazione alla dissonanza cognitiva gli permetterà di proseguire nei ruoli divergenti di guaritore e di scienziato. Le proposte che cercano di combattere la iatrogenesi eliminando le ultime tracce di empirismo dall'incontro fra il paziente e il sistema medico sono espressione di una novella crociata di spirito inquisitorio. Usano il credo scientista per svalutare il giudizio politico.

Mentre la misura della scienza è la verifica operativa in laboratorio, la misura della politica è il confronto di avversari che si appellano a una giuria la quale applica l'esperienza passata a un problema attuale così come è sentito da persone reali. Negando ogni legittimazione pubblica alle entità che non sono misurabili per mezzo della scienza, la richiesta di una pratica medica pura, ortodossa, comprovata, mette al riparo questa pratica da ogni valutazione politica.

La preferenza religiosa data al linguaggio scientifico rispetto a quello del profano è uno dei principali baluardi del privilegio professionale. L'imposizione di questo linguaggio al discorso politico sulla medicina svuota facilmente tale discorso di ogni efficacia.

La sprofessionalizzazione della medicina non implica la messa al bando del linguaggio tecnico come non richiede l'esclusione della competenza autentica, e non è neppure in contrasto con la pubblica critica e denuncia della cattiva pratica medica. Implica bensì una pregiudiziale contro la mistificazione della gente, contro il reciproco accreditamento di presunti guaritori, contro il sostegno pubblico di una corporazione medica e delle sue istituzioni, e contro la discriminazione legale a opera e per conto di persone che i singoli o le comunità hanno scelto e designato come loro guaritori.

La sprofessionalizzazione della medicina non significa rifiuto di stanziamenti pubblici per scopi curativi, bensì significa contrarietà all'esborso di questo pubblico denaro su prescrizione o sotto il controllo di membri della corporazione. Non significa l'abolizione della medicina moderna. Significa che nessun professionista deve avere il potere di profondere per qualunque suo paziente un complesso di risorse terapeutiche maggiore di quello che ogni altro possa pretendere per il proprio.

Infine, non significa noncuranza per le esigenze particolari che si presentano in particolari momenti della vita: quando si nasce, ci si spezza una gamba, si diventa invalidi o si affronta la morte. La proposta che i medici non siano abilitati da un gruppo di potere non vuol dire che le loro prestazioni non debbano essere valutate, ma che questo giudizio può essere dato più efficacemente da clienti istruiti che dai loro colleghi. Il rifiuto di finanziamenti diretti per gli arnesi tecnici più costosi della magia medica non significa che lo Stato non debba proteggere i singoli dallo sfruttamento dei sacerdoti dei culti medici; significa soltanto che il denaro dei contribuenti non deve servire a instaurare riti del genere.

Sprofessionalizzare la medicina vuol dire smascherare il mito secondo cui il progresso tecnico imporrebbe di risolvere i problemi umani mediante l'applicazione di principi scientifici, il mito del vantaggio che si ricaverebbe da una maggiore specializzazione del lavoro e dal moltiplicarsi di manipolazioni arcane, e il mito che la crescente dipendenza dal diritto di accedere a istituzioni impersonali sia meglio della fiducia dell'uno nell'altro.

Fonte: tratto da “Nemesi Medica” di I.Illich (ed Red)



Chi sono i "casualisti"?

 Tutti parlano dei "complottisti", nessuno si ferma invece a riflettere sui "casualisti", figure altrettanto affascinanti. 

"Casualista" è chi dietro i grandi eventi storici, le svolte epocali, i fatti di incidenza mondiale, sempre ravvisa una casualità fortuita, che si regge tanto sull'evidenza delle dinamiche manifeste, che sulla narrazione lineare (allineata?) di chi legge, interpreta e digerisce la storia per lui. 

Il "casualista" è una persona mediamente istruita e piuttosto fiera del proprio titolo di studio; peccato che in genere non abbia cultura, ossia non abbia coltivato l'uomo, il quale cresce a sale, curiosità e spirito critico. Insomma, tara e orgoglio del "casualista" è l'essere stato nutrito di quel becchime liofilizzato che università e istituti statali spargono ad ampie manciate nei pollai della cultura civile ed educata, inibendo così le funzioni superiori dello spirito. Non si può biasimarlo, il nostro amico: legge il mondo con occhi che per natura sono adatti alla superficie, e siccome non ha inquietudini (o perché è sazio della sua vita borghese, oppure perché è comodo presso la sede di qualche partito), non ama scrutare nell'ombra del sottobosco, o scavare tunnel in cerca di radici. Il "casualista", in fondo, non vuole che essere lasciato in pace: il suo posto nel mondo ce l'ha, e le spiegazioni che gli sono state inculcate ben rendono conto dell'ordine che vuol preservare, pena la perdita della serenità e della certezza. Non si accorge di essere profondamente conservatore: lo è nel sangue. Ha infatti il DNA di quella stirpe di despoti che soggiogarono i popoli non con l'autorità ma con l'autoritarismo; lo si evince dal suo profondo e radicato classismo. I "non-casualisti" sono infatti per lui dei poveracci (precari?), degli ignoranti (bassa istruzione?), delle persone grigie e insoddisfatte (tristi ed egocentriche?): insomma, la caricatura maligna che la borghesia faceva dell'operaio ai tempi della lotta di classe. Siccome, tuttavia, il "casualista" si considera progressista ed open-minded, provenendo in genere da ciò che è fermentato dalla decomposizione della sinistra storica, chi non gli assomiglia non può che essere un "fascista": ecco dunque servito l'ultimo termine con cui la propaganda "casualista", nel suo senso di colpa, produce ad hoc il nemico pubblico numero 1. Poi, con in mano la sua amata marionetta "complottista", il "casualista" se ne va in giro tronfio a sputare sui compagni di classe: nella sua ingenuità, non si rende neppure conto che quel pupazzo è un giocattolo che gli è stato messo in mano dai genitori per tenerlo occupato mentre loro cucinano la cena (roba pesante, si intende, che mangeranno dopo averlo mandato a dormire). Non biasimate i "casualisti": sono stati talmente tante volte smentiti dalla storia a suon di ceffoni in faccia che sono diventati sordi. Non sentono più quando parlate, non possono ascoltarvi. Non vi capiscono. Sentono solo una voce che hanno dentro e che ripete incessantemente, in modo ossessivo, "andrà tutto bene". Stavolta, però, non lo scrivono più sulle lenzuola: non sia mai che affiori in loro un qualche sospetto.



Responsabilità e colpa

C'è una parola magica che quando viene evocata ha, perlomeno nelle intenzioni di chi la usa, il potere di mettere tutti a tacere: RESPONSABILITA'. In nome di questa presunta "responsabilità" (non si sa bene verso chi) si chiede alle opposizioni di non esprimere dissenso, alle piazze di ammutolire, ai cittadini di essere complici. Perché la parola gemella che non si esprime, quella che sempre accompagna la "responsabilità" ma a cui solamente si allude, è COLPA.  In altre parole, se non sei responsabile sei colpevole.

Quando fiorisce il dissenso, si invoca la responsabilità per sopprimerlo, e si attribuisce la colpa a chi non è responsabile, ossia a chi non se ne sta zitto.

Vi sveliamo un segreto: non siete colpevoli se non vi allineate. Il mondo non va a rotoli a causa vostra, e Dio non sta punendo gli uomini per il vostro peccato di incredulità. Il mondo va a rotoli, e questo paese in particolare, perché troppi hanno acconsentito a pochi di decidere senza farsi sentire, e lo hanno fatto sotto il ricatto del binomio RESPONSABILITÀ/COLPA.

Macchiamoci di questa colpa, dunque: diveniamo finalmente responsabili.



Razionalismo, Scientismo e Tradizione

Nell’esporre la nostra weltanschauung a volte sorgono fraintendimenti. Ad esempio, secondo alcuni, noi contrapporremmo una sorta di impulso vitale o irrazionale, ossia un istinto o spirito della razza o di popolo, alla "ragione critica". Inoltre in ciò che scriviamo si anniderebbe il pericolo "nazifascista" celato dietro un linguaggio e un contesto culturale che non vi alludono direttamente, ma vi rimandano come suggestione e orizzonte di senso.

Facciamo un po’ di chiarezza in merito.

Il razionalismo è l'ipertrofia della ragione a scapito di altre forme di intelligenza. Il razionalismo è l'idea che tutta la conoscenza si esaurisca nell'ambito della ragione, ossia che la ragione sia l'unico organo di conoscenza adeguato a una comprensione integrale della realtà. La facoltà razionale è essenzialmente capacità di calcolo e di elaborazione: se essa viene considerata la facoltà più alta dell'uomo, va da sé che la realtà viene ridotta essenzialmente a ciò che essa può apprendere dalle facoltà inferiori, ossia le varie modalità della percezione sensibile. Il razionalismo conduce necessariamente a ridurre la realtà a ciò che i sensi e l'esperienza possono apprendere; conseguentemente ha come esito il materialismo nelle sue varie e possibili sfumature. Produce inoltre l'idea che l'edificio della conoscenza che si basa esclusivamente sull'elaborazione razionale di ciò che l'osservazione apprende e l'esperienza conferma, sia l'unico che produce certezza, o ciò che maggiormente vi si approssima. Dà luogo, in altre parole, allo scientismo, inteso come l'idea che la scienza moderna sia l'unica modalità di conoscenza valida e adeguata. Razionalismo e scientismo sono dunque due aspetti di una medesima forma mentis, tipicamente moderna, volta a ridurre la realtà all'oggetto della sensibilità, e all'esperienza di essa nei termini di catalogazione, riproduzione, manipolazione e sfruttamento. 

Dissentiamo radicalmente da questo modello, che mutila il reale e le possibilità di esperienza e di conoscenza di tutti quei prolungamenti che solo la scienza moderna ha preteso di dichiarare inesistenti. Tradizionalmente la ragione è considerata una mera facoltà individuale, mentre l'uomo ha da sempre ammesso l'esistenza di modalità di conoscenza superiori, individuali e sovraindividuali, che il razionalismo semplicemente liquida come inesistenti, non potendo ricomprenderle all'interno del proprio orizzonte. L'esperienza umana ne risulta estremamente impoverita: tanto per fare un esempio, all'interno del razionalismo è impossibile rendere conto di una esperienza oggettiva del sacro; il fenomeno religioso vi è emblematicamente ridotto  a una pura credenza individuale analoga alla superstizione, quando non si svuota risolvendosi nella forma di un semplice moralismo romantico.

Quando portiamo argomenti contro il razionalismo o lo scientismo li portiamo dal punto di vista tradizionale in un'ottica di critica alla modernità. Non è qui il luogo di approfondire nè la visione tradizionale dell'uomo che sposiamo, nè gli elementi su cui basiamo la nostra critica alla modernità. Ci preme precisare invece due cose. Innanzitutto la critica al razionalismo da una prospettiva tradizionale non può partire dall'esaltazione di facoltà come l'istinto, il quale appartiene a un dominio pre-razionale, e pertanto inferiore alla ragione, la quale, sebbene non sia la facoltà più alta dell'essere umano, tuttavia è caratterizzante l'uomo a differenza dell'istinto, che l'uomo condivide con il regno animale. Quando parliamo di spirito, invece, lo facciamo nel significato proprio della visione antropologica tripartita (corpo, anima, spirito), tipica della concezione tradizionale dell'uomo. Sintetizzando all'estremo, secondo tale visione lo spirito è un organo di conoscenza superiore a quello della ragione, il cui oggetto sono i principi, i quali sono contemplabili mediante una modalità di percezione di tipo intuitivo, resa possibile dal fatto che lo spirito umano possiede dei prolungamenti sovraindividuali. Tale facoltà è insieme umana e divina, terrestre e celeste, e rappresenta propriamente l'elemento caratterizzante l'essere umano nel suo ruolo pontificale.

Lo spirito, dunque, nel senso in cui noi lo intendiamo, è irriducibile al significato di una sorta di psichismo condiviso da qualsivoglia razza o popolo. In alcun modo il senso in cui noi contrapponiamo il concetto di spirito alla ragione rappresenta una forma di appello a una regressione al pre-razionale o a quei fenomeni di disindividualizzazione propria del collettivismo e della massificazione, tipici dei totalitarismi. 

Fascismo e nazismo sono fenomeni moderni, impensabili al di fuori della società di massa, e pertanto incompatibili con l'orizzonte tradizionale che invece per noi rimane il costante riferimento.

Riteniamo pertanto, che ciò che alcuni identificano come un linguaggio che allude al "nazifascismo", nonché questa cultura così pericolosa di cui saremmo portatori, altro non siano che il linguaggio e la cultura dell'antimodernismo, declinato da un punto di vista tradizionale, che molti confondono con una forma di pensiero reazionario, associandolo pertanto ai movimenti controrivoluzionari del '900. Una controrivoluzione, per inciso, quella del fascismo e del nazismo, tragicamente fallita, trattandosi di due tra gli esiti e le espressioni della modernità più emblematici; cosa che, di fatto, li rende fondamentalmente incompatibili all'autentico orizzonte tradizionale, il quale non è reazione, ma affermazione di ciò che è permanente nell'ordine dei principi. Pensiero, quello a cui aderiamo, che, conveniamo noi in primis, è realmente rischioso, perché mette in discussione dalle fondamenta l'ordine in cui ci troviamo a vivere. Ma lì dove c'è pericolo cresce anche ciò che salva, scriveva uno degli ultimi vati dell'occidente, e a noi non è data scelta.



Nazifascismo e nuovo totalitarismo

Nazismo e fascismo possono tornare? Siamo convinti di no. Attenzione: qui non parliamo di generiche forme totalitarie di governo; parliamo di due esperienze storiche precise, con precise caratteristiche ideologiche. A volte si sente utilizzare il termine "nazifascismo", ma è un termine che non indica queste due esperienze nella loro specificità, ma una sorta di quintessenza di entrambe, ossia l'insieme degli elementi che esse condividono e che le caratterizzano. Questi elementi sono, a parer nostro e senza un ordine preciso, il culto carismatico di un capo, l'ordinamento gerarchico, la sacralizzazione della politica e del corpo sociale, la sostituzione dell'etica della rappresentatività a favore della mistica del partito, il culto della razza o della stirpe, un nazionalismo aggressivo e violento. Secondo noi oggi mancano tutti i presupposti affinché un'ideologia di tal sorta possa nuovamente affermarsi: manca tanto la cornice teorico/concettuale, che il tipo umano che possa sostenerla. È innegabile che fascismo e nazismo siano nati (come altri movimenti politici dell'epoca) sulla scorta di un'idea romantica della prassi politica, innestata su un saldo tessuto etico e su una visione idealizzata dell'uomo; il suo soggetto fu una generazione altamente educata alla mobilitazione, al sacrificio e ad una visione eroica della vita. Tra noi e loro c'è un universo, e le generazioni odierne non vi assomigliano affatto. Se si imporranno nuove forme autoritarie o totalitarie, risponderanno ad altre logiche e ad altre esigenze.

Il rischio di un nuovo totalitarismo esiste eccome; lo vediamo, anzi, ogni giorno più concreto. A differenza del "nazifascismo" esso ha a propria disposizione una cornice ideologica adeguata, un supporto umano pronto a recepirlo e i mezzi tecnici e scientifici per realizzarlo. Ogni volta che si porta l'attenzione verso forme autoritarie morte e inattuali, trascurando di vedere il pericolo odierno, si manca il bersaglio: quando la campagna di distrazione è condotta sistematicamente e in maniera centralizzata, ci troviamo di fronte ad autentiche opere di manipolazione del consenso. Per capirci, non è ragionevole preoccuparsi ad esempio dell'insorgenza di nuove forme di biologismo razzista, quando nessuna università finanzia ricerche in questo senso e nessun esponente autorevole della comunità scientifica sostiene tesi di tale matrice, e non preoccuparsi invece di forme sempre più invasive di biopolitica e biocontrollo, che sono finanziate, sviluppate, e promosse, con l'avvallo dei governi, da gruppi di interesse sempre più influenti e sempre più ramificati. Sempre a titolo di esempio, è assurdo preoccuparsi prioritariamente di fenomeni marginali e minoritari di nazionalismo violento, a fronte di vere e proprie usurpazioni di ciò che si considera il diritto all'autonomia e all'autodeterminazione dei singoli paesi, dettate da organismi sovranazionali che operano secondo agende ed interessi che sono privati e incondivisi. Il nuovo totalitarismo avrà per supporto masse umane politicamente inerti e anestetizzate, ridotte a puro supporto biologico di un diritto astratto alla sussistenza, viventi esistenze orizzontali e insignificanti, senza nessuna spinta ideale, ma una mera vocazione all'intrattenimento. I nostri nonni saranno stati degli ingenui, e hanno pagato caro i propri errori, ma almeno erano uomini. Noi quegli errori, oggi, non potremmo neppure farli.




Intervista a Weltanschauung Italia 15/11/2020

Com'è nata l'idea del vostro canale comunicativo e com'è stata inizialmente messa in pratica?

Weltanschauung Italia è un canale nato nel 2011 per esprimere la nostra visione del mondo, le nostre riflessioni e il nostro punto di vista sui tempi e sulla società.

Inizialmente ci siamo molto occupati di arte “post-industriale”, in particolare di musica, in quanto dal nostro punto di vista essa è un potente mezzo espressivo a livello culturale, sociopolitico e spirituale. Attraverso l'arte post-industriale, l'uomo utilizza come espressione di libertà e creatività quelle stesse macchine e quei medesimi mezzi comunicativi che nel post-moderno possono rappresentarne il giogo e la maledizione. Esprimersi e raccontare la post-modernità attraverso il filtro dei suoi stessi strumenti è stato per noi l’inizio di un percorso.

Nel tempo abbiamo affiancato all’arte anche il lato filosofico e contro-narrativo, in quanto, a nostro parere, la distorsione mediatica della realtà, tipica dei nostri giorni, necessita di un contraddittorio e di un correttivo alla cui costituzione desideravamo contribuire. Si sono così pian piano creati i vari canali social network con cui nel tempo abbiamo espresso la nostra "weltanschauung" e che hanno avuto un discreto seguito, specialmente negli ultimi due anni

La nostra è una visione del mondo alternativa al mondialismo, al neoliberalismo e al relativismo esasperato; non siamo uno spazio politico, non ci riconosciamo in nessun partito, movimento, orientamento di tipo parlamentare o extraparlamentare. La nostra posizione, a rigore, non è neppure definibile nazionalista, laddove l'idea di nazione è legata a un retaggio squisitamente moderno, mentre il nostro obiettivo primario è una critica radicale al modernismo e al post-modernismo.

Se ci occupiamo di politica, di attualità, di costume, è semplicemente per proporre un punto di vista critico che si contrapponga al relativismo contemporaneo - e ai suoi surrogati sociali e politici - in vista di ciò che riteniamo una fonte permanente e sempre attuale di senso. Questa idea, che unica può essere fatta valere contro le fluttuazioni e le tempeste dell'epoca, questo appello a ciò che fonda e che può essere obliato ma mai distrutto, sono ciò che accomuna tutti coloro che collaborano a questo canale.

Quale è la vostra opinione in merito alle ultime notizie sul vaccino del Coronavirus?

Senza entrare nel merito della tempistiche del suo annuncio, riteniamo che la notizia sia sospetta e per certi versi allarmante. Innanzitutto i tempi in cui sarebbe stato approntato sono incompatibili con una sperimentazione standard. A ciò bisogna aggiungere tutte le riserve sui rischi dei vaccini del RNA - il cui utilizzo crediamo richieda un serio dibattito prima che di tipo scientifico, di tipo etico - nonchè quelle sull'efficacia delle vaccinazioni per coronavirus, su cui la comunità scientifica è tutt'altro che unanime. Ci preoccupa l'idea più volte ventilata di una vaccinazione obbligatoria, che a sua volta dovrebbe sollevare un serio dibattito sulle condizioni del trattamento sanitario obbligatorio, a fronte dei diritti sanciti e tutelati dalla Costituzione. Si innestano su questi temi, poi, il problema delle ripercussioni legali e giuridiche di chi per motivi che riteniamo sacrosanti rifiuti una vaccinazione obbligatoria la cui sicurezza si può definire perlomeno dubbia. E' nostra opinione, inoltre, che l'enorme mole di profitti che un tale affare planetario reca inevitabilmente richiedano verifiche opportune, puntuali, trasparenti, su eventuali conflitti di interesse, abusi, negligenze finalizzate al guadagno dei privati coinvolti, a qualsiasi livello essi operino. Noi non siamo contrari di principio alla vaccinazione: siamo contrari tuttavia al fatto che essa possa essere utilizzata come strumento di profitto dalle lobbies farmaceutiche a scapito dei diritti e della sicurezza della popolazione, nonché riteniamo sia necessario vigilare sulle forme e sui modi in cui il potere politico pretende di disporre del corpo dei cittadini, in forme altamente problematiche dal punto di vista del diritto. Ci chiediamo se creando un precedente legittimato dall'eccezionalità della situazione, non si potrà poi dare per acquisiti nuovi paradigmi biopolitici a cui molti già accennano. In sostanza, noi chiediamo un dibattito serio, che garantisca autentica pluralità, su tutte queste questioni, da opporre al' acclamazione corale e acritica di chi promuove una visione semplificata e propagandistica del vaccino come panacea globale.

Che "soluzione" al Covid proporreste invece di un vaccino?

Ci viene detto che il problema del Covid-19 non è la mortalità ma il suo impatto sul sistema sanitario, dovuto alla velocità con cui si diffonde l'infezione: le misure di contenimento messe in atto servirebbero a rallentarne la diffusione in vista della possibilità di poterne assorbire gli effetti da parte delle strutture sanitarie. Riteniamo che sia necessario dunque intervenire affinché non si verifichi un sovraccarico delle strutture ospedaliere, senza il quale non esisterebbe emergenza. Questo a parer nostro si otterrebbe fortificando le strutture di base e la terapia domiciliare, innanzitutto. Quindi protocolli ad hoc e personale, tanto di supporto straordinario ai medici di base, che disponibile e formato a fornire assistenza domiciliare. Indispensabile sarebbe inoltre una adeguata formazione e vigilanza sulle fasce deboli della popolazione (anziani, malati, immunodepressi), in quanto figure autenticamente esposte ai reali rischi della malattia. Per il restante della popolazione, sarebbero sufficienti norme di profilassi informate al buon senso, al fine di realizzare progressivamente e in modo raffreddato l'immunità di gregge, come accade normalmente per qualsiasi altra epidemia virale di scarsa pericolosità. Realmente fondamentale sarebbe evitare il panico diffuso dal terrorismo mediatico, che sappiamo essere il principale fattore per cui le persone si riversano sulle strutture sanitarie, nonché accantonare misure di contenimento irrazionali, sproporzionate e irrealistiche, che hanno un pesantissimo impatto sulla compagine sociale, sia in termine di salute pubblica (si pensi ai traumi psicologici dello stress da lockdown, nonché alle morti causate indirettamente dalle disfunzioni del sistema sanitario), che di danni all'economia, in termini di occupazioni, consumi e mercati.

Quale è la vostra principale critica alla gestione della crisi da parte del governo, se doveste evidenziarne una?

Fermo restando quanto detto sopra, noi riteniamo che il problema non sia specificamente italiano, ma essenzialmente planetario. Le scarse eccezioni non fanno che confermare la regola che sostanzialmente tutti i paesi sono allineati alla narrazione pandemica condivisa, la quale, secondo la linea di pensiero che sposiamo, non è realistica ma frutto di una pesante manipolazione. La nostra non è tanto una critica, quanto un atto d'accusa. Noi sosteniamo che il modo in cui è stata gestita questa situazione non ha un legame diretto con l'emergenza sanitaria, ma osserviamo invece una serie di cambiamenti che hanno un impatto strutturale sulla politica, l'economia e la società, tali da poter essere giustificati solo ricorrendo a un ordine di esigenze diverso da quello sanitario, pena la loro completa irrazionalità. Siamo convinti che non esista l'irrazionale nella ragion di stato, ma solo ragioni che non sono immediatamente visibili (o opportunamente celate) che possiamo eventualmente ricostruire, sempre con beneficio del dubbio e mantenendo aperto l'orizzonte critico, a partire dai loro effetti e dalle loro conseguenze. Se mi chiede, dunque, quale è la critica che muoviamo al governo (e che le ripeto, è più propriamente un'accusa), essa è di star perseguendo, in modo tutt'altro che limpido e trasparente, finalità non dichiarate e diverse da quelle manifestate pubblicamente, appoggiandosi e trovando legittimazione al proprio operato nel presente (e presunto) stato di criticità sanitaria.

Intervista rilasciata alla studentessa di giornalismo a City University Elena Siniscalco





In risposta a BUTAC

Cari amici di Butac,

il vostro articolo ci ha piuttosto colpito perché non eravamo pienamente consapevoli di che genere di umori circolassero inespressi intorno a questa pagina. Ora percepiamo chiaramente il livore e la malignità che circonda noi e chi cerca di farsi delle domande; un tono emotivo tale da spingere chi scrive tra di voi, con ben poca prudenza, oltre la soglia della diffamazione.

Siccome l'accusa di neonazismo è pesante, vi chiederemmo di documentarla. In particolare, vorremmo sapere quando avremmo espresso tesi favorevoli al razzismo, all'antisemitismo, all'eugenetica, al darwinismo sociale, al culto hitleriano, al suprematismo bianco, insomma, a tutto ciò che è sensato e ragionevole considerare nazismo. Se non vi è traccia di queste idee in ciò che condividiamo (e non ve ne è traccia perché nessuna ci appartiene), quale pensiero che abbiamo espresso ritenete essere caratterizzante al punto da farci meritare tale etichetta? Si tratta di un processo alle intenzioni basato sul vostro termometro politico, o su qualche elemento di cui disponete e che possiamo discutere?

Per quanto riguarda i post che citate, sui primi due c'è ben poco da dire. Il primo non è di nostra redazione sebbene ne condividiamo i contenuti: lo stile non è chiaramente il nostro; spesso pubblichiamo materiale di terzi, vicini a noi come visione, senza firmarli (a meno che non lo richieda l’autore) come non firmiamo i nostri scritti, credendo che le idee meritino di essere ascoltate (o rigettate) a prescindere da chi le scrive o le esprime. Quando pubblichiamo questi post, non li ritocchiamo: è una nostra scelta. La nostra pagina non ha un nome o una faccia perché la sua faccia è quella di tutti coloro che vi si riconoscono. Se vi urta la scrittura (credo che non discuteste tanto i contenuti, piuttosto blandi, quanto lo stile) peccato: non tutti sono letterati; noi non lo siamo e non abbiamo il palato fine. Soprattutto, non siamo culturalmente classisti come ormai certe derive di sinistra: preferiamo testimonianze ed elaborazioni genuine alla scrittura impeccabile ma infida dei prezzolati del sistema. Questioni di scelte. I nostri lettori, in genere, lo considerano un valore aggiunto.

Il secondo post, invece, tratta del ben noto argomento secondo cui i "negazionisti" sarebbero dei potenziali malati di mente. Lo sostengono alcuni psichiatri e psicologi (sottolineo alcuni) ritenendo che chi non si allinea alla narrazione condivisa, starebbe rifiutando la realtà, in una sorta di rimozione che rasenta la schizofrenia. Lo consideriamo un argomento povero ed ideologico, nonché ingenuo: può benissimo essere rispedito al mittente, sostenendo che chi si allinea alla narrazione condivisa in modo acritico lo fa per paura di dover mettere in discussione quell'ordine che lo rassicura. Di certo conoscete l'esperimento di Asch. Di sicuro quello di Milgram sul conformismo sociale. Non ho dubbi sul fatto che siate al corrente dei rischi rappresentati da una società senza contraddittorio...

Il terzo post invece merita effettivamente una critica, e infatti è stato eliminato da noi stessi su segnalazione di un utente un giorno prima del vostro articolo.

Ci era stata riportata la notizia di un fatto di cronaca di Torino e ci avevano segnalato l’assurdità della situazione creatasi, ovvero il fatto che a una bambina con una pallottola in testa ricoverata d’urgenza venisse fatto preventivamente il tampone

Certo, nulla di illecito; è di fatto protocollo vigente, ma la nostra opinione è che si tratti di misure ingessanti che spesso causano ritardi e provocano danni (il caso della partoriente che aspettando il tampone è morta lo ricordate? Non è il solo purtroppo).

Noi per queste procedure abbiamo espresso più volte sdegno e riserve, e qui lo abbiamo ribadito.

Riguardo alla seconda parte, invece, un utente è intervenuto facendoci notare che l’autopsia veniva fatta per motivi diversi dalla verifica della malattia. A quel punto abbiamo ringraziato per la segnalazione ed abbiamo eliminato il post, nonostante fosse rimasto in sospeso il quesito relativo alla catalogazione del decesso (viste le prassi di questi mesi, vale la pena ricordare il caso del finanziere Grauso, in coma vegetativa per una pallottola e catalogato malato).

Ad ogni modo capita di essere imperfetti, noi ringraziamo sempre quelli che ci fanno notare eventuali errori di valutazione e correggiamo il tiro quando riteniamo le critiche sensate e condivisibili. In pratica, l'episodio che citate, piuttosto che manifestare la nostra malafede, dimostra invece che torniamo sui nostri passi se riceviamo argomentazioni pertinenti.

Terminiamo questa lettera informandovi che, nonostante riteniamo che siate stati scorretti e ingiusti nei nostri confronti, mai auspicheremmo che qualcuno vi chiudesse la bocca d'autorità. Crediamo che ognuno serva la verità che vede, e che non la scelga. Chi persegue la verità, per come la vediamo noi, è sempre portatore di un valore, sia anche in quanto testimone di un errore che può essere confutato, o di un limite che può essere oltrepassato. Quello che facciamo, lo facciamo in buona fede e in modo disinteressato; non so se valga altrettanto per voi, ma ve lo auguro. Ci è estraneo lo spirito squadrista che manifestate perché riteniamo che i vostri toni avviliscano tutti, noi e voi, manifestando uno scadere della qualità del dialogo e del confronto, sociale prima che politico, francamente desolante.

Invitiamo chi vi legge, se lo desidera, a confrontarsi con noi e i nostri lettori sulla nostra pagina, dove il pluralismo non è sospetto, non si discrimina a priori ed ideologicamente tra posizioni di destra e di sinistra, ma si cerca di guardare oltre verso un orizzonte critico comune e condiviso.

In fede,

Weltanschauung Italia.



L'avanzata della tecnocrazia

La tecnocrazia (ossia il governo dei tecnici, siano essi insigniti effettivamente di poteri di governo, oppure sia ad essi delegata la facoltà di dirimere, poi messa in pratica da un esecutivo), comunque la si voglia vedere, rappresenta e rappresenterà sempre di più lo svuotamento delle istituzioni democratiche, fino alla loro estinzione. Innanzitutto perchè un tecnico non può rappresentare la volontà di un elettorato, ma tutt'al più di un gruppo di interessi, sebbene sulla carta egli non rappresenti null'altro che le competenze che il sistema politico gli riconosce. Da questo punto di vista, lo spazio del dibattito politico si limiterà esclusivamente a stabilire i criteri per riconoscere tali competenze; dibattito che tuttavia sarà precluso alla maggior parte della popolazione, che non appartiene alla autoproclamatasi comunità degli scienziati e dei tecnici, e pertanto non potrà pronunciarsi su questioni che non le competono. Va da sè che i principi in base a cui ordinare la società, l'economia e il pubblico saranno gli unici che la tecnica può riconoscere come propri, e che possiamo facilmente dedurre da ciò che produce e da come organizza la propria produzione: efficientazione, ottimizzazione, razionalizzazione. In pratica, tutto ciò che non appartiene all'ambito della produzione o lo sostiene, verrà considerato superfluo e pertanto sacrificabile. Dal punto di vista antropologico, l'uomo verrà progressivamente omologato al modello macchinistico/produttivo, laddove la tecnica esclude dal suo orizzonte di comprensione qualsiasi dimensione che non sia puramente fisica e materiale. Da questo punto di vista, prendersi cura dei cittadini corrisponderà a mantenerli integri e funzionali al sistema produttivo, ossia sanificarli, biomonitorarli, determinarne numero e durata in funzione del bisogno, determinarne disposizione e spostamenti.

L'economia, checchè se ne creda, non sarà il fine. Era il fine quando a governare erano uomini: quando sarà la tecnica a governare, utilizzerà l'interesse individuale solo in funzione del suo scopo, che è il dispiegamento completo delle sue possibilità nel modo più razionale possibile. In altre parole, il suo potere realizzato. Gli uomini, in tutto questo, sono soltanto dei mezzi in funzione di un apparato; terminali di una macchina che, o si adegueranno e aggiorneranno alle esigenze del sistema, oppure saranno rottamati.

Se non ve ne siete accorti, le linee guida sono già state tracciate.




Prospettiva sanitaria o approccio multidisciplinare?

 In una situazione “pandemica” il punto di vista del personale medico operativo non è la migliore fonte di informazione per avere una visione d'insieme dei fenomeni.

Se chiedo informazioni a un soldato al centro di uno scenario di guerra, durante la fase più dura della battaglia e magari dopo giorni di presidio incessante, secondo voi il suo punto di vista sull'esito e l'andamento della guerra sarà attendibile o compromesso dall'emotività del momento, dalla stanchezza, dall'esasperazione? Aggiungiamo poi che a questa situazione si sommano varie pressioni psicologiche dovute al senso di responsabilità, aspettative dell'opinione pubblica, frustrazioni di vario genere. Ricordiamo poi che lo scenario in cui si muove suggerisce un persistente senso di mobilitazione e di precarietà, nonchè di pericolo, a cui il soldato reagisce con risposte a cui è stato educato e condizionato, in uno stato di pre-comprensione ideologica.

Ora, un infermiere che si trova nell'occhio del ciclone ha esattamente questo punto di vista. La sua valutazione ci parla della sua esperienza, che è limitata al luogo in cui opera e a una sua percezione che passa attraverso numerosi filtri emotivi, compresi quelli della stessa propaganda mediatica che "gli racconta" se stesso, il suo dramma, il suo eroismo. Non è possibile estendere questa prospettiva a una valutazione generale: la regola generale è che chi è più coinvolto è il meno indicato a valutare alcunchè.

Una “pandemia” ha nella dimensione sanitaria solo una delle sue dimensioni: una sua valutazione non può che passare attraverso un approccio multidisciplinare (sociologico, economico, politico, geopolitico, storico, antropologico) che medici e sanitari non sono tenuti ad avere. Limitare la propria valutazione alla prospettiva sanitaria o dei sanitari, non solo circoscrive la questione a una dimensione periferica, ma qualora questa prospettiva venga assolutizzata, ne falsa completamente gli esiti.



Il "negazionismo" pandemico secondo gli psichiatri

 "Chi nega o minimizza la pandemia lo fa per paura": quante volte l'avete sentito dire? Secondo questa caricatura - che pare avere molto successo, tanto che oggi è l'argomento più cavalcato dagli "affermazionisti" - il "negazionista" sarebbe frutto di una regressione emotiva che lo porterebbe, per incapacità di accettare la realtà, a negare i fatti che la scienza dimostrerebbe incontrovertibilmente.

L'argomento ha successo perchè permette in un colpo solo di squalificare l'interlocutore, le domande che pone e gli argomenti che porta. In pratica, permette di esimersi dall'affrontare la questione sul piano e nei modi propri dei critici della versione mainstream, ossia quelli della razionalità e del buon senso. Come? Relegando il "negazionista" fuori dall'ambito della ragione, che è quello del diritto e del discorso. Gli psichiatri, principali sostenitori della tesi, ancora una volta subiscono la tentazione di farsi cani da guardia del potere.

Non conta che l'ipocondria di massa appaia, quella sì, patologica e incompatibile con una vita sana e sensata. Non contano i suicidi per disperazione di chi crede a un ambiente che si rappresenta costantemente come una minaccia alla sopravvivenza e al futuro. Non conta l'incremento del consumo di alcol, droghe e psicofarmaci utilizzati per tentare di sfuggire all'alienazione di un mondo che risponde alle logiche di un nosocomio o di un carcere globale. Non conta una società vittima di un fenomeno di regressione tale da credere ciecamente alle favole perchè a raccontarle è una voce che, autoritariamente, si proclama autorevole.

Non conta nulla. Per loro i malati di mente siete voi: quelli che dissentono, quelli che si interrogano, quelli che vogliono vivere.



Il dramma dell'elettorato democratico americano

 Il dramma dell'elettorato democratico americano è il medesimo della sinistra europea degli ultimi trent'anni - con una specifica tonalità d'oltreoceano, s'intende.

Dietro l'etica ingenua del progressista da supermercato e da fast-food, fatta di retorica pro-immigrazionista, pro-lgbt+, anti-razzista e anti-fascista (con tutto ciò che il termine "fascismo" significa per l'americano medio), non si nascondono cattive intenzioni, ma appunto una visione idealizzata e irrealistica della realtà, dove pesa da una parte una reazione generazionale al bigottismo borghese/protestante, e dall'altra certi stereotipi culturali che la cultura di massa e i mezzi d'informazione diffondono ad ampie mani con intenzioni non troppo limpide. L'elettorato democratico medio, dunque, è composto da figure tutto sommato innocue, anche politicamente, perchè se arrivassero ad organizzarsi realmente sulla base dei presupposti che sposano, giungerebbero presto a capire che qualsiasi discorso politico è destinato a sfaldarsi e crollare se edificato su fondamenta ideologiche tanto inconsistenti.

Dove sta dunque il dramma? Che dagli anni '90 le buone intenzioni di questi soggetti sono cooptate dai gruppi d'interesse neoliberali e mondialisti, i quali condividono pubblicamente con la sinistra ingenua slogan e linguaggio, millantando ad alta voce una solida volontà di giustizia, diritto e libertà sociali, mentre coltivano ideologicamente e manifestano concretamente nella prassi politica l'idea di una società tutt'altro che giusta, tutt'altra che equa, tutt'altro che libera. In pratica, attirano queste masse di elettori-bambini con le caramelle, per rubarne poi il voto e l'innocenza.