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Analfabetismo emotivo

"Questo film non fa ridere." "Questo film non fa paura."

Due frasi che rivelano l'abisso tra cinema e intrattenimento, tra arte e consumo compulsivo.

Quando qualcuno dice "non fa ridere", intende che non c'è la battuta sguaiata ogni trenta secondi, non c'è il tormentone da ripetere al bar, non c'è la caduta sulla buccia di banana. Per lui la comicità è stimolo pavloviano. Non riconosce che il comico può essere Buster Keaton che attraversa un'America in rovina mantenendo la sua dignità, può essere il modo in cui un personaggio si muove nel mondo, la sua inadeguatezza esistenziale. La risata per lui è solo una reazione immediata.

Quando qualcuno dice "non fa paura", intende che non c'è il "jump scare", non c'è la musica che si alza improvvisamente, il mostro che salta fuori dall'angolo buio. Ha ridotto la paura a sobbalzo del sistema nervoso. Non comprende che la paura vera è l'atmosfera che entra sotto la pelle, è lo spazio che si deforma, il tempo che si dilata. È ad esempio The Shining che opprime con i suoi corridoi deserti, è quel film che ti lascia nel disagio senza mostrarti nulla di esplicitamente terrificante.

Il problema qui non è il gusto personale. Il problema è non saper riconoscere le emozioni quando non arrivano come schiaffi in faccia. È il trionfo dell'immediatezza sulla costruzione, dello stimolo sul sentimento, del consumo sull'esperienza. È il mondo di Tik Tok dove non serve aspettare, costruire, abitare un'opera. Basta lo scroll infinito di emozioni preconfezionate, pronte all'uso, usa e getta.

E così si chiama "noioso" ciò che richiede presenza. Si chiama "lento" ciò che rispetta il tempo umano dell'emozione. Si confonde la profondità con l'assenza.

L'analfabetismo emotivo viene così spacciato per gusto personale.

Il cinema si adegua e dà alle masse ciò che vogliono, ecco perché la gran parte di ciò che circola è spazzatura preconfezionata.