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Propaganda e referendum

Da anni notiamo come esista una sorta di gerarchia dell'indignazione ed è quasi sempre invertita rispetto alla gerarchia dei bisogni. 

Prendiamo un signor X, una persona di 20/30/40 anni, uno che vive in affitto, che guadagna quanto guadagnava suo padre negli anni Novanta ma con un potere d'acquisto dimezzato, che lavora dodici ore al giorno in un ristorante o in altre tipologie di servizi senza un contratto degno. 
Questo signor X, di norma, non lo sentirete contestare per non avere un tetto sulla testa garantito e una vita dignitosa. Al massimo qualche innocuo lamento, ma di certo non lo troverete a firmare petizioni chessó contro l'inflazione degli affitti o indignarsi del fatto che la casa di proprietà sia diventata, per la sua generazione, un miraggio.

Poi arriva un istanza buttata giù da qualcuno, per esempio di recente arriva una richiesta di referendum sull'educazione sessuo-affettiva a scuola ai bambini. Improvvisamente la stessa persona ritrova l'energia, il tempo, la lucidità per mobilitarsi, firmare, condividere, indignarsi. 

Il punto non è mescolare i due discorsi, il punto è che questa persona quella battaglia non l'ha scelta affatto. Gliel'hanno assegnata. Esistono organizzazioni, comitati, apparati mediatici il cui mestiere è esattamente questo, individuare un tema, confezionarlo come urgenza morale assoluta, e distribuirlo capillarmente finché non diventa, nella testa di chi lo riceve, un obiettivo proprio, sentito come tale, vissuto come priorità esistenziale. Nessuno di questi sfruttati si è svegliato una mattina pensando che il problema centrale della propria vita fosse il consenso informato per l'educazione sessuo-affettiva alle elementari. Ci è arrivato perché qualcun altro ha deciso che dovesse arrivarci, e ha costruito con cura la macchina retorica per farglielo credere.
Questo è ciò che rende la propaganda efficace.  

L'obiettivo è sempre lo stesso: la famiglia, l'autorità dei genitori, il controllo su cosa venga insegnato ai figli. Non perché sia la battaglia più urgente per chi lavora dodici ore al giorno, ma perché è la battaglia che a certi soggetti conviene di più che venga combattuta, e che venga combattuta da altri, gratuitamente, con l'ardore di chi crede di aver scoperto da solo una causa. 

Chi si mobilita per il consenso informato a scuola e non si è mai scandalizzato per la propria situazione è vittima di un lavoro altrui, fatto bene, sulla propria testa.
Inutile che qualcuno ora obietti che son questioni diverse, osservate i reali meccanismi. 
Non si accorgono di combattere guerre decise da altri, continuando a morire nella propria, in silenzio, convinti di essere loro a scegliere il fronte.