Una riflessione cristiana su Cicli Cosmici e Tempo Lineare

Come ogni modello umano, anche la particolare prospettiva dalla quale viene percepito il fenomeno “tempo” risente, inevitabilmente, di un più generale modo di percepire la vita ed il mondo nel suo complesso.
Non è un caso, ad esempio, che proprio a partire dall’Illuminismo, l’Occidente abbia finito per elaborare e poi sposare definitivamente una particolare visione del tempo, quella Lineare, che ben si coniugava con il nascente mito del progresso indefinito elaborato durante il cosiddetto Secolo dei Lumi. Se tutta la realtà -sia essa fisica, biologica, culturale e persino spirituale- è vista infatti come dominata dalla necessaria Legge dell’Evoluzione – che tutto rimescola e tutto trasforma in prospettiva di un ineffabile “progresso”- è evidente che la storia dell’umanità non può che essere vista se non come un percorso lineare e relativamente continuo, in cui il passato è incessantemente superato (e migliorato) dal futuro.
E’ questa, infatti, la visione della realtà che è alla base di ideologie come il Comunismo, il Darwinismo, lo Scientismo: una visione, per altro, parzialmente entrata in crisi negli ultimi decenni, sulla scia dei drammatici fallimenti e delle vere e proprie catastrofi causate dai grandi sistemi ideologici durante la modernità. Quello Lineare, tuttavia, non affatto l’unico modello di tempo che l’uomo abbia elaborato e conosciuto nel corso della sua storia: gran parte delle civiltà pre-moderne, ad esempio, adottavano come modello quello del Tempo Ciclico, una particolare visione presente anche tra i popoli nell’Europa e nelle Americhe pre-cristiane, ma di cui la dottrina induista dei Cicli Cosmici rappresenta certamente la forma più compiuta e sofisticata. Per comprendere la concezione ciclica del tempo è necessario innanzitutto capire che essa è basata, essenzialmente, su una prospettiva cosmocentrica, per cui tutto ciò che esiste (umanità compresa) è condizionato da un divenire analogo a quello delle stagioni naturali.
Da tempi immemorabili, infatti, i popoli antichi avevano osservato come esistessero situazioni della realtà in cui sembrava agire una sorta di legge ciclica che accordava fra loro non solo particolari eventi della natura (e determinate trasformazioni di tipo catastrofico 1), ma anche il sorgere e il declinare dei popoli e delle civiltà. Nella concezione indù, la più elaborata, il mondo è fatto scaturire dalla Divinità attraverso una serie indefinita di Cicli Totali (detti kalpa) ognuno dei quali è suddiviso in 14 Cicli Cosmici detti manvantara. Ogni singolo manvantara, o Ciclo Cosmico, è suddiviso a sua volta, analogamente alle stagioni dell’anno, in quattro Ere (o yuga): ad ogni yuga corrisponderebbe un sempre maggiore allontanamento dell’uomo e del cosmo dalla Divinità causa di un’arrestabile decadenza fisica e spirituale culminante nel pralaya (dissoluzione o distruzione catastrofica) del mondo, i cui “semi”, tuttavia, vengono provvidenzialmente preservati in prospettiva del successivo Ciclo Cosmico.
Nel testo sacro del Bhagavata Purana (2) , è descritta con precisione l’alternarsi degli yuga all’interno dei Cicli Cosmici. La prima Età è detta Krita Yuga, corrispondente alla stagione della primavera, dove l’umanità naturalmente sapiente ignora la malvagità e vive in comunione con la Divinità; la seconda Era è il Treta Yuga, dove inizia la decadenza dell’uomo, corrispondente all’estate; la terza è il Dvapara Yuga, dominata dalla violenza, corrispondente all’autunno; ed infine, il Kali Yuga (o Età Oscura) – al termine del quale ci troveremmo attualmente – corrispondente all’inverno, caratterizzato dal dominio delle basse passioni e dal disordine morale e destinato a concludersi con la dissoluzione finale catastrofica. Il modello indù, peraltro, è strettamente analogo ad altre antiche visioni cicliche, una su tutte quella greco-classica, descritta per primo da Esiodo ne Le opere e i giorni, e in cui il tempo è similmente diviso in Quattro Età corrispondente ai quattro metalli fondamentali: Oro, Argento, Bronzo, Ferro.
La visione ciclica dell’Induismo, nel suo necessario determinismo e a-finalismo, presuppone d’altronde una particolare visione del mondo visto come “gioco cosmico”, come mera manifestazione della Maya (l’Illusione): compito dell’uomo, infatti, è essenzialmente quello di sciogliere i legami con l’inconsistenza del mondo e risalire allo Spirito Divino (Atman), possibilità concessa anche nell’oscuro Kali Yuga, a patto di rimanere fedeli ai doveri (dharma) presupposti dalla propria casta di appartenenza. Questo non significa che la tradizione indù non conosca il concetto di Provvidenza: questa “funzione” divina è infatti assicurata dalle periodiche Discese (avatara 3) del Divino che, manifestandosi di età in età in forme visibili, assicura l’esistenza del cosmo e dell’ordine sociale. Sarebbe tuttavia impossibile, in ambito indù, parlare di una qualche “finalità” della creazione né, tantomeno, di un “progetto” divino su di essa: essendo l’esistenza dell’illusione cosmica null’altro che la necessaria proiezione delle infinite possibilità divine. Alla luce di quello che è stato detto, pertanto, si evince con chiarezza come la visione cristiana del tempo non sia completamente assimilabile né al modello Lineare moderno né alla visione Ciclica dell’Oriente o dell’antichità pre-cristiana, pur essendoci punti di contatto con ambedue.
Da un certo punto di vista, infatti, l’idea che storia abbia un Fine (in specifico, l’Incarnazione unica e irripetibile del Verbo), avvicina la visione cristiana alla concezione Lineare; al tempo stesso, tuttavia, la lettura biblica e cristiana del tempo condivide pienamente, con le altre culture tradizionali, l’idea di una progressiva decadenza spirituale dell’uomo, che è la negazione in termini di ogni moderno “mito del progresso”. A partire dalla Caduta di Adamo, infatti, la descrizione biblica della storia umana è essenzialmente regressiva, e le vicende mitiche ma significative dei primi Patriarchi post-edenici non sono nient’altro, infondo, che la cronaca di un’inarrestabile allontanamento dell’uomo da Dio a cui corrispondono delle tappe catastrofiche (Caino e Abele, il Diluvio, la confusione babelica).
Questo processo di decadenza spirituale è destinato peraltro a culminare, al termine dei Tempi Ultimi, in una generale dissoluzione spirituale dell’umanità che conoscerà nel regno parodistico e grottesco dell’anticristo il suo illusorio ma terribile culmine, con “l‘apostasia” (4) generale delle genti annunciata dall’apostolo Paolo. A fronte di queste somiglianze, tuttavia, è assolutamente necessario sottolineare che la storia biblica e cristiana, che ha i suoi estremi nell’Eden primordiale e nella Gerusalemme Celeste finale, non è riducibile al mero schema di un puro e semplice “ritorno alle origini“. La Gerusalemme Celeste, infatti, non è una pura e semplice “riproposizione” dell’Eden perduto, ma è un salto ontologico fondamentale, una promozione divina dell’uomo così come adombrato da San Paolo nella misteriosa pericope: “Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello psichico, e poi lo spirituale” .
Tuttavia, l’aspetto più tipicamente biblico (e soprattutto cristiano) della concezione del tempo è costituito
, soprattutto, da una visione del tutto inedita del rapporto fra Dio e la storia. L’esperienza di Dio che la Bibbia ci testimonia non è, infatti, quella di una “Realtà” trascendente scissa dalla storia o operante in essa solo “accidentalmente”, ma è quella di una continua Presenza di Grazia che entra nella storia, a dispetto e nonostante l’innegabile decadenza spirituale e morale che contraddistingue l’umanità. A fianco di una storia umana caratterizzata da un costante allontanamento dalla Realtà Divina, pertanto, esiste un’altra storia, quella della Grazia e della Salvezza, che si interseca alla prima, culminando proprio nei Tempi Ultimi con l’evento unico e irraggiungibile dell’Incarnazione. Siamo qui al cospetto non tanto di una qualsivoglia “visione del tempo“, quanto di un Mistero nel senso letterale del termine, che l’apostolo Paolo si sforza di rendere intellegibile nella nota espressione: “dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia” .

Questa affermazione apparentemente paradossale racchiude in realtà tutto l’ineffabile segreto di una Misericordia sovrabbondante, che sembra riversarsi più copiosa proprio lì dove sembrerebbe, ad un occhio puramente umano, essersi del tutto ritirata. Questa è anche l’implicita rivelazione per cui propri i tempi più travagliati e confusi della storia potrebbero custodire, in realtà, possibilità e doni di Grazia inattingibili in altri momenti. Per la Rivelazione cristiana, dunque, l’uomo non è affatto un atomo oscuro abbandonato sul crine di una fatale decadenza, ma un “figlio” disperso sul quale veglia, anche (e soprattutto?) nei momenti peggiori, un Padre provvidente. Al tempo stesso, tuttavia, niente è più antitetico di questa visione della concezione progressiva moderna, la quale sostituisce alla Grazia divina la potenza prometeica della creatura che in spregio di ogni norma e di ogni legge aspira a “farsi dio“.

Gianluca Marletta