La frattura illuminista – R.Pannikar

C’è una frase di Goethe che forse potrebbe essere come il motto, il lemma della modernità sul tema religione e cultura: "chi possiede Scienza e Arte ha anche la Religione, chi non possiede nessuna di queste due, abbia la Religione" (Wer Wissenschaft und Kunst besitz / hat auch Religion / wer jene beiden nicht besitz / der habe Religion). Tutte le conoscenze sono sottomesse alla critica razionale e questa critica sostituisce le credenze religiose che finora si avevano perché la cultura era cultura religiosa e la religione era la religione di una cultura determinata.
Questa è la frattura operata dall’Illuminismo, che tollera le credenze, spostandole a un piano inferiore e tante volte le ridicolizza. La reazione della religione, in questo caso della religione cristiana, è dello stesso ordine: è di opporsi e di affermare la propria appartenenza ad un piano superiore, non inferiore.
Si stabilisce così un dualismo, che mi pare micidiale, d’una cultura laica da una parte e d’una cultura religiosa dall’altra. E questo ci porta alla situazione attuale della civiltà occidentale. La religione è stata esclusa dalla cultura in quanto qualcosa di normale e di universale. Da un punto di vista esterno, risulta veramente incomprensibile, scandaloso anche, che la religione non si insegni nelle scuole, che non appartenga alla pedagogia, all’istruzione e all’educazione. Sembra che gli uni e gli altri siano d’accordo che la religione è qualcosa di settario, di particolare, di tanto speciale da non poter essere all’ordine del giorno nell’educazione della gioventù.
Che si sia accettato il concetto di religione come setta, che si sia accettato che la cultura scientifica è universale, una ricerca della verità, e che la cultura religiosa è invece dubbiosa, settaria e dogmatica, questo è un fatto che ha accompagnato la storia del cristianesimo degli ultimi secoli.
Guardando dall’esterno ci si chiede: a che cosa ci si riduce, allora, la nostra cultura? A un insieme di conoscenze frammentate, separate l’una dall’altra. Nelle scuole non si insegna il silenzio, non si insegna a aprirsi alla realtà senza preconcetti (che è l’essenza della preghiera), non si insegna ad avere la consapevolezza della contingenza, non si insegna la mistica che è aprirsi a qualcosa con esperienza diretta e che non è né sensuale, né intellettuale, ma che dà la consapevolezza che ci sia un qualcosa di più. Non si insegna tutto questo: che si insegna, allora? A far denaro? La competitività? E poi uno si stupisce che questa società sia quello che è. Sembra che tutto questo sia tabù.
Anche Dio è diventato qualcosa di così partigiano che non si può nemmeno pronunciare. E sia, non pronunciamo il nome di Dio, se il nome di Dio risulta partigiano, ma la religione non si può nemmeno identificare con Dio. Ci sono tante altre religioni per cui il concetto di Dio non ha senso. Quindi Dio non è necessario per essere religioso. Il buddhismo, ad esempio, non ha Dio però è religioso. Dentro la mistica cristiana si relativizza gran parte di questa nostra concezione di Dio. L’ultima forma con cui possiamo arrivare alla conoscenza di Dio è la nescientia, il non sapere.
Ebbene, tutto questo è settario? E la religione non appartiene alla cultura e alla cultura normale dell’uomo? Da qui nasce il divario tra religione e cultura: io sono scienziato, ma poi la domenica, con mia moglie, sì, preghiamo. É una schizofrenia che mette da una parte la scienza e dall’altra parte una cosa che è privata perché gli altri potrebbero esserne disturbati. La religione, invece, è parte integrante della cultura, e ogni cultura è impregnata di spirito religioso.
Forse il problema grave, e dobbiamo domandarcelo, è un altro: non sarà che, a ragione o a torto, abbiamo dato l’impressione, non soltanto ai politici, ma anche alle nuove generazioni, che la religione sia qualcosa di settario, che pretenda un certo monopolio di esclusività? Non sarà che frammentando l’ortodossia in tante piccole formulette, una specie di microdossia che non è eterodossia, abbiamo dato sociologicamente l’impressione che essere cattolico sia essere settario, che essere religioso sia essere irrazionale, che essere pio - come suggerisce anche la stessa degradazione della parola - voglia dire essere un sentimentale, più o meno superstizioso? Non sarà che noi dobbiamo domandarci se non siamo in gran parte responsabili di questa situazione? Vorremmo risolverla toccando gli altri e toccando le cose, senza domandarci se la nostra visione personale non sia già dualistica (sono uno scienziato, ma l’aspetto religioso me lo tengo per me, per i miei momenti di intimità)? Non sarà che abbiamo già accettato che la religione sia solo un po’ di folklore, un po’ di morale (che va bene allo Stato, soprattutto se si spiega che si deve obbedire alle sue leggi), ma che in verità sia qualcosa che è tanto intoccabile per dire che non serve a niente?
Quindi il problema religione/cultura è molto più profondo, è il problema forse del male della nostra civiltà. Una religione che non incida sulla cultura e dunque anche sul modo di mangiare, sulla politica, su tutto, non fa parte della cultura: e allora perde la sua vitalità, serve per quando hai un guaio, quando ti vuoi sposare o quando muori o in momenti simili. Quindi, forse noi stessi abbiamo una concezione della religione priva di vita.
E anche una cultura che non dia posto alla religione perde il suo contenuto vitale e ultimo e allora, ecco, evidentemente, la depressione e tutte le fughe più tragiche di cui siamo testimoni nella nostra società, dal rischio folle di fare pazzie, alle droghe, all’alcool ai suicidi e tante altre cose. Se la religione non ci dà l’allegria della vita e la vogliamo soltanto conservare o tenere nascosta per momenti intimi o per altra cosa, se abbiamo ancora questo rispetto umano che sembra quasi un complesso di colpa, se noi stessi ci lasciamo prendere da questo spirito, allora i frutti sono questi.
Nella teologia ortodossa, il primo attributo della divinità è la bellezza, prima della verità. Dio è il bello, poi, se volete, il vero. Il mio suggerimento è che tra religione e cultura la relazione non possa essere dualista, ciascuno per conto suo, perché così si spacca l’uomo e si vive in una sorta di schizofrenia culturale, religiosa e umana.
Non dimentichiamo che la frammentazione della conoscenza ha portato alla frammentazione del conoscente fino a punti che arrivano già alla follia. Se io voglio essere uno scienziato cosciente che non scrive senza responsabilità devo sapere quello che i miei colleghi hanno scritto, ad esempio, su quella piccola parte della biologia micro o macromolecolare. Diversamente, non sarei onesto, perché non faccio avanzare la scienza che deve accomunare tutta questa enorme quantità di scienziati che sono affascinati da questa ricerca.
Nel mondo ogni giorno le riviste scientifiche pubblicano 52.000 pagine nuove. Io avrei bisogno di 150 anni per leggere la mia piccola parte. Quindi, qualcosa non va in questo sistema. Dobbiamo cominciare a pensare che forse questo non è il metodo per conoscere. Non possiamo dire che scienza e religione siano la stessa cosa. No, le due sono diverse, ma inseparabili perché formano un tutto, ma per avere la visione del tutto noi abbiamo bisogno di un’altra epistemologia e io sarei di nuovo con Tommaso che non conosce l’epistemologia, perché difende una vera ontologia critica di sé stessa, che è cosa molto diversa.
La soluzione sarebbe una relazione non dualista tra cultura e religione.


Fonte: tratto da  una sintesi redazionale del dialogo con Raimon Panikkar tenutosi al Centro S. Domenico di Bologna, 1995), Casa Editrice Il Margine