L’uomo e il tempo. La soluzione cristiana

Nel Medioevo, quando costruivano le cattedrali, sapevano bene che la costruzione ultimata non l’avrebbero vista né i propri figli né i propri nipoti, forse solo i figli dei nipoti; eppure le cattedrali le costruivano. Ciò vuol dire che nel medioevo vi era un senso della speranza che per noi uomini di questo tempo è ormai inconcepibile. Certo, quella dei medioevali non era una speranza terrena; la vita era quella che era, si moriva subito e facilmente, ma era una speranza diversa, una speranza ch’era posta come sigillo e proseguimento della vita terrena.

Un altro particolare. In passato si piantavano molti noci. Il noce – si sa – è un albero che cresce con una lentezza tediante, un albero che non si vedrà mai nella sua maturità tanto è lento nel crescere. Eppure in passato si piantavano i noci, anche questi per donarli non tanto ai figli quanto ai figli dei figli. Oggi invece c’è l’ansia. La vita è senz’altro più lunga di quella di un tempo, eppure c’è sempre il timore che finisca, che svanisca. Oggi di piantare i noci neanche a dirlo, piuttosto si piantano i pini dell’Arizona, che crescono velocemente e si possono ammirare subito alti.
Sono considerazioni, queste, che vengono facilmente quando si riflette sul rapporto tra l’uomo contemporaneo e il tempo. Il tempo o è apertura all’eternità o maledizione. Non c’è altro modo di impostare la questione.
Perché deve trascorrere il tempo se il mio destino è l’abisso, il vuoto? Albert Camus diceva che la vita non è che un ponte fra due nulla. Una frase non solo illogica (il ponte deve pur reggersi su qualcosa), ma anche terrificante nella sua disperazione. Un ponte che conduce all’abisso. Ma allora – verrebbe da chiedersi – perché percorrere questo ponte? Perché non puntare i piedi? Perché gioire di un altro giorno che passa, di un’altra ora e di un altro minuto?
C’è una bella poesia di un poeta spagnolo del XIX secolo, José Zorilla; s’intitola L’orologio. Ad un certo punto la poesia dice: Se attraversando la vasta piazza (che vuol dire una vita ormai disorientata, così come la piazza disorienta), si vedono nel loro lento movimento girare le lancette sulla sfera e lasciare un segno dietro (un assurdo che vuol dire tanto: la scia viene lasciata da un movimento veloce non lento, il che vuol dire che questa scia sta a significare il ricordo, la nostalgia), si fissano gli occhi e il cuore freme, poiché crescendo il tempo, più piccolo rimane. E intanto gira la lancetta e l’esistenza trascorre. Questo è il momento più bello: poi tutto si perde. Ed è proprio così. Quando il tempo è orientato verso il nulla, non resta che apprezzare il tempo nel suo attimo, ma cos’è l’attimo se non un passaggio impercettibile e fuggevole?
 
Il tempo o è apertura all’eternità o è maledizione
 
Anche sul tempo il mondo contemporaneo mostra il suo fallimento. La sua illusione è naufragata sulla distruzione di tutto, anche del progetto e della speranza che sono connaturati in ogni essere umano. Il tempo o è apertura verso l’eternità o è maledizione, questo nessuno lo può negare. E il tempo verso l’eternità (Platone affermava che il tempo è l’immagine dell’eternità) implica che l’uomo rimanga creatura, senza alcuna pretesa di onnipotenza; e che l’eterno non sia un mistero astratto, frutto del proprio pensiero, ma una realtà concreta che entra nella storia e incontra l’uomo per offrirsi come Risposta.
La soluzione del tempo è in un’attesa che deve trovare risposta. Ma l’attendere dell’uomo non è un orientamento intellettuale, bensì la ricerca di un qualcosa che possa cambiare la propria vita. L’attesa trova risposta solo nell’incontro con qualcuno o con un fatto. L’attesa è la ricerca di un abbraccio. Ecco perché il tempo orientato verso l’eternità implica che l’eterno non sia un mistero astratto, ma una persona o un fatto … e c’è da dire che il Cristianesimo è tanto una persona quanto un fatto.
Questo dipinto del Guercino rappresenta l’episodio in cui l’apostolo Tommaso constata con la sua mano la piaga di Gesù (e quindi la resurrezione carnale del Cristo). E’ un’immagine che esprime bene quanto la risposta cristiana sia nella prospettiva dell’evidenza. Il braccio destro del Cristo è aperto per annullare qualsiasi dubbio, ma anche qualsiasi elucubrazione intellettuale che abbia la pretesa di non riconoscere il fatto. Il Cristianesimo si offre come risposta vera a questa aspettativa; e lo fa perché si fonda su un Dio che è entrato davvero nella storia, prima di tutto rivelandosi nel mondo e poi, salvando la storia, ha salvato l’uomo che nella storia vive.
Alle religioni non cristiane, che pur concepiscono il Dio che si rivela, manca l’aspetto del Dio che salva (per esempio l’Islamismo) o del Dio che si manifesta talmente nella storia degli uomini arrivando a farsi Lui stesso uomo (per esempio l’Ebraismo). L’Islamismo infatti nega il peccato originale (più precisamente: le conseguenze del peccato originale), mentre l’Ebraismo nega l’Incarnazione.  Il Cristianesimo, invece, può porsi in una dimensione vincente nei confronti del tempo, proprio perché esso è ricondotto alla salvezza attraverso uno sforzo che non è umano, ma del Dio stesso che si fa uomo.
Il tempo come apertura verso l’eternità è il tempo che sottostà a un senso, che diviene per un ‘fine’… e tutto questo è possibile se l’uomo riconosce se stesso come creatura, a maggior ragione quando Dio si rende totalmente incontrabile nel tempo stesso. Infatti, l’uomo che non si pone come creatura fa della storia il “luogo” della sua onnipotenza e quindi la storia non è più indirizzabile ad un fine. Il fine è l’uomo che, agendo nella storia, cerca di raggiungere ciò che ancora non è e non ha. Ma se l’uomo è già e ha già, allora la storia non può avere una sua finalizzazione.
In questo eterno, il tempo si pone come eterno presente, laddove nulla di quello che si è fatto svanisce né svanisce ciò che si vorrà fare. Ogni azione e ogni avvenimento passati non svaniscono, perché le conseguenze, nel loro compiersi, hanno “costruito” quello che sarà il giudizio di Dio, quando l’anima Gli sarà dinanzi dopo la morte corporale. Dio, infatti, giudica le azioni e le scelte dell’uomo. Questo vale per il passato, ma anche per il futuro. Anche il futuro – in un certo qual modo – è già presente. Secondo il Cristianesimo, ciò che accadrà è già nell’intenzione dell’uomo, il quale si propone di vivere il futuro secondo un senso capace di conseguire e ottenere un certo giudizio di Dio: «(…) In verità vi dico: ogni qual volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Matteo 25, 45-46).
Insomma, senza questa prospettiva che è tipica del Cristianesimo, il tempo è solo uno succedersi senza senso di eventi, dove il passato viene irrimediabilmente perso e il futuro irrimediabilmente subito.
Sant’Agostino introduce il concetto di animus per capire come l’uomo abbia la coscienza del tempo. L’animus è la presenza dell’uomo a se stesso, cioè quel quid per cui l’uomo può cogliere il suo mistero solo nella sua dimensione di creatura e quindi di dipendenza da Dio. Per sant’Agostino, passato, presente e futuro non si realizzano in se stessi, ma vanno vissuti come “presente del passato, presente del presente e presente del futuro.” E’ la “distensione dell’animo” che abbraccia la successione naturale delle cose e la traduce in esperienza umana del tempo.
Torniamo a Camus. Nel suo primo romanzo, Lo straniero, scritto nel 1942, non a caso il protagonista, Meursault, un modesto impiegato di Algeri, è un personaggio piuttosto incolore, privo di spessore psicologico, senza passato né futuro. Percepisce la realtà come vuota e assurda e sceglie logicamente il vuoto e il fallimento. Dopo aver ucciso un uomo per errore, condannato alla ghigliottina, rifiuta la proposta del cappellano che lo invita ad affidarsi a Dio, e decide di accettare fino in fondo il non senso di tutto.
Un tempo che non è “percorso” dall’appartenenza a un Dio-persona, sfocia nella nullità e nella distruzione del suo scorrere. Come un fiume che paradossalmente sfocia nel mare, ma vede evaporare le sue acque.

Fonte: da "Il Giudizio Cattolico", autore Corrado Gnerre