La teocrazia fra tradizione e modernità

Parlare oggi di teocrazia può certamente suscitare un qualche sconcerto, soprattutto se la si qualifica come fenomeno non solo della “tradizione” ma anche della “modernità”. Ciò significa vedere in questo concetto “arcaico e medievale” di teocrazia qualcosa di attuale? La risposta non può che essere affermativa. Innanzitutto, perché, è necessario fare chiarezza sul significato di questa parola. Si è dibattuto a lungo sulla distinzione fra teocrazia (potere di Dio) e ierocrazia (potere della casta sacerdotale), o anche nomocrazia (potere della Legge) e si è sostenuto che quelle che noi abbiamo l’ abitudine di chiamare teocrazie sono in realtà ierocrazie (si pensi al caso della Chiesa medievale).
Noi crediamo tuttavia che tali distinzioni siano più terminologiche che sostanziali. Quando diciamo teocrazia, infatti, intendiamo un sistema di governo e una società regolate dalla Legge di Dio ed, eventualmente, da quelle persone (sacerdoti, dottori della Legge, sapienti), che sono riconosciute come custodi, conoscitori e legittimi interpreti della Legge divina. Teocrazia significa dunque regolare la vita umana (in tutti i suoi aspetti) non secondo ciò che sembra meglio a qualcuno o alla maggioranza (legge umana, monarchica o democratica), ma secondo un dettame che si riconosce come venuto dal Cielo per l’uomo. Ciò premesso, è chiaro che non vi e alcuna sostanziale differenza tra la teocrazia cristiana e quella islamica, tra l’ebraica e l’induista. Si tratta sempre di un rifarsi obbligatoriamente a una Legge (scritta o tramandata) ritenuta divina e fondamentalmente immutabile, la quale, essendo data da Dio, è vista come senz’altro la più adatta a regolare correttamente la vita umana. E che, soprattutto nel Cristianesimo, custodi e interpreti di questa Legge siano i sacerdoti e i vescovi, rivestiti di potere e di onore, non ci permette di affermare che siano essi le vere autorità del Cristianesimo: l’autorità è e rimane sempre la Legge divina di cui i Gerarchi della Chiesa non sono che i “portatori” ed, eventualmente, gli interpreti.
Parlare di teocrazia, quindi, significa ritrovare una dimensione trascendentale, sovrumana nel mondo tutto “terreno” della politica e della vita sociale. Parlare di teocrazia non significa invece, come si potrebbe essere tentati di pensare, un mettere in luce le basi e i moventi politico-economici dei governi religiosi-teocratici. Dal momento che nella nostra società moderna occidentale i valori spirituali e religiosi sono drasticamente soffocati e ghettizzati dall’imperare degli interessi materiali, economici, edonistici, siamo portati a credere che tutte le civiltà di tutti i tempi siano altrettanto materialiste quanto noi e ci siamo persuasi a dare per scontato che i motivi religiosi di scelte politiche e sociali siano sempre soltanto “pretesti” che nascondono interessi egoistici, economici, di potere, ecc. Dal momento che oggi ben difficilmente un occidentale partirebbe a piedi per terre lontane, rischiando la morte, per andare a pregare sul Sepolcro di Cristo, crediamo che anche i nostri antenati fossero così grettamente materialisti e vuoti di spiritualità come noi, e non riusciamo a vedere altra motivazione nelle spedizioni dei crociati, se non quelle stesse che, uniche, potrebbero muovere noi oggi: l’avidità di denaro, di potere e di piacere.
Ma una seria analisi storica e oggettiva è quella che non proietta su ogni cultura e su ogni epoca i nostri paradigmi occidentali moderni, tutt’altro che universali, ma che sa “considerare l’alterità da un punto di vista che non sia il nostro”. La nostra “modernità - invece - continua strenuamente e stoltamente ad esprimersi con i suoi concetti universali”.
La teocrazia fra tradizione e modernità può diventare così un utile strumento per riflettere, per rimettere in discussione le nostre certezze e i nostri pregiudizi. In un mondo - quello occidentale - che si dichiara erede dell’illuminismo e dei suoi valori di tolleranza e di razionalità, ci troviamo paradossalmente ad avere disimparato l’arte del dialogo rispettoso, della riflessione intelligente e aperta. Mentre accusiamo tutti i “diversi” da noi di essere arretrati, chiusi nel loro dogmatismo religioso, asserviti alla propaganda delle diverse dittature più o meno religiose, non ci accorgiamo di quanto dogmatismo e di quanta chiusura e intolleranza domini la nostra predicazione della liberta, della tolleranza, del dialogo. Crediamo di dare un luminoso esempio di dialogo tra culture e religioni quando ci sediamo al tavolo di un colloquio in cui gli interlocutori, pur appartenendo a religioni diverse, sono in realtà tutti rigorosamente selezionati sulla base della loro necessaria aderenza alla Grande Religione Universale dell’Occidente: abbiamo quindi certo un nobile contegno di dialogo, ascoltiamo, rispondiamo, ma a condizione che la pensino come noi, che accettino cioè i nostri assiomi di (teorica) tolleranza, laicità, democrazia, diritti umani, ecc. e purché non si azzardino a non condividere con noi la predefinita condanna degli integralisti, dei terroristi e di tutti coloro che non sono d’accordo con noi.
Ora, il vero dialogo, la vera prova di intelligenza e di tolleranza è ascoltare con rispetto e accogliere le ragioni di chi veramente la pensa diversamente da noi, quindi ad esempio del mondo dell’estremismo islamico. Certamente non è dialogo con l’Islam l’ascoltare e parlare con quei musulmani “moderati” che condividono i nostri stessi valori occidentali! Ecco perché è urgente da parte nostra ritornare ad apprendere che cosa significa “tolleranza”, o meglio “rispetto” della diversità, un concetto e una pratica che abbiamo oggi soffocato con un ottuso e fanatico dogmatismo, forse più ancora che ai tempi dell’inquisizione. Sarà utile allora riapprendere a fare i primi passi, come fa un convalescente dopo un lungo periodo di ammorbamento e di letargo: cominciare cioè ad ascoltare gli altri (soprattutto quando questi altri hanno opinioni diverse dalle nostre) e a leggere non con la nostra istintiva tendenza a giudicare e classificare (“Questo coincide con la mia opinione: quindi é buono; questo non coincide con la mia opinione: quindi e da condannare”), ma cercando di avere un orecchio aperto e una mente libera, nell’intento di ascoltare le ragioni altrui, con rispetto e con il sincero desiderio di ampliare il nostro angusto orizzonte di pensiero. Il calarsi, inoltre, in tematiche lontane dalla mentalità odierna, ci permetterà di vedere la nostra realtà da una angolatura diversa. Possiamo dire che “il vivere attualmente nella modernità, quali soggetti creatori della sua realtà e dei suoi valori (i valori occidentali), per positivi o negativi che siano, certamente ci impedisce di analizzarli con occhi critici, visto che non possiamo prescindere dal nostro punto d’osservazione e dalla nostra “morale” visiva[...]. Oggi una prospettiva tradizionale potrebbe costituire la reale presa di coscienza critica di chi vive questa modernità,  una occasione di smascheramento delle sue pretese universalistiche”.
Calarsi in una “prospettiva tradizionale” ci consente di relativizzare i nostri valori e paradigmi che credevamo universali. L’importante è cercare di vedere l’altro dal suo punto di vista, cosa che noi raramente facciamo, anche perché siamo abituati, soprattutto quando ci troviamo di fronte a culture e mentalità molto lontane dalla nostra, ad applicare su tutte il nostro criterio storicista: inglobiamo, cioè, ogni espressione culturale, religiosa o filosofica nel nostro criterio di storia cosiddetto “scientifico”, per cui l’Induismo Vedico va capito “nel suo contesto storico” e così pure l’Islam estremista va letto “alla luce del suo contesto storico politico”; contestualizzazione di per sé giusta e doverosa, sennonché essa rappresenta la nostra peculiare metodologia storica, sostanzialmente marxiano-positivista, che non è necessariamente l’unico modo corretto di esaminare i fenomeni storici e culturali.
Applicando il nostro parametro storicista a Platone, a Khomeini o a Urbano II, ci autoproclamiamo giudici di costoro e ci poniamo sempre in una posizione di superiorità: è a noi che spetta dire quale sia stato il vero motivo per cui Urbano II ha proclamato la crociata. Quale fosse il suo motivo, quello che egli affermava di volere, poco importa! Solo noi, infatti, abbiamo compreso le vere dinamiche della storia, della religione, della psicologia e possiamo quindi dire l’ultima parola e dare l’interpretazione giusta su tutto. Partiamo cioè sempre dal presupposto che Platone era condizionato dal suo tempo e dai pregiudizi della sua epoca e cultura, che Khomeini era condizionato dalla sua formazione culturale e religiosa e dal contesto politico del suo tempo, mentre noi soli saremmo immuni da condizionamenti.
Il fatto è che noi consideriamo che la teologia di Gregorio VII, ad esempio, è una sua personale visione del mondo (naturalmente condizionata dal suo tempo, dalla sua educazione e cosi via), che la filosofia politica di Sant’Agostino era anch’essa solo un frutto della sua epoca, mentre la nostra metodologia di indagine storica sarebbe, non anch’essa frutto dei nostri condizionamenti, bensì la verità incondizionata e assoluta, al cui giudizio devono sottostare tutte le altre “teorie” che si sono avvicendate nel corso dei secoli. E’ inoltre evidente che questo “storicizzare” ogni cosa, ogni pensatore, ogni profeta, ogni dottrina (eccetto la nostra), non solo è un atteggiamento di inaudita superbia per la sua pretesa di universalità e di inappellabilità, ma ci impedisce altresì di trarre qualsiasi genere di insegnamento e di arricchimento da coloro che ci hanno preceduto e che spesso hanno avuto intuizioni e intelligenza ben più di noi. Platone diventa cosi, non una persona con cui “dialogare” alla pari, da cui possiamo apprendere molte cose e che può aiutarci a superare nostri pregiudizi o errori, bensì rimane semplicemente come un reperto, frutto del suo tempo e del suo contesto storico, da esaminare, classificare ed etichettare.
Chi subisce un danno da tale trattamento non è certo Platone, ma siamo noi, che, credendo di essere infinitamente superiori a lui, ci precludiamo ogni possibilità di “crescere”, arroccandoci nella nostra presunta sapienza universale e incondizionata e rifiutando sdegnosamente di farci insegnare qualcosa o di farci correggere, ridimensionare e arricchire dal filosofo.
I filosofi e i sapienti dei tempi antichi, così come i rappresentanti di religioni e culture diverse dalla nostra occidentale moderna, potrebbero insegnarci molte cose utili per affrontare meglio la vita e per trovare sagge soluzioni ai problemi (psicologici, politici, sociali.) che ci assillano; ma per poter beneficiare di questo aiuto dobbiamo riconoscere di non essere onniscenti e infallibili, dobbiamo riconoscere la “relatività” delle nostre cognizioni e dei nostri parametri di pensiero e di giudizio, e dobbiamo accettare di attingere con umiltà alle fonti della tradizione senza immediatamente vanificarne il potenziale insegnamento per noi col relegarle e vincolarle a “quel ben determinato contesto storico e culturale”.


Fonte: tratto da "La teocrazia fra tradizione e modernità", D.Tessore, AA.VV (Ed. Settimo Sigillo)